giovedì 10 settembre 2015

STORIA DELLA COLONIA




ROMEA E GLI ALTRI




Scusate l’assenza, ma tra ferie non godute (che il Capo si rifiuta di pagare), cassa integrazione (quella la paga lo Stato), permessi non retribuiti, assenza di connessione (quando il Capo fa finta di scordarsi la bolletta) e missioni all’estero solo ora posso riprendere a narrarvi la storia della nostra Colonia.
Che fine fecero tutti quei gattini portati a crescere alla Nursery della Reggia?
Ovvio: tornarono in Colonia appena il Capo lo ritenne opportuno, esclusi naturalmente OMBRA e ARADAM che vennero adottati. La più disgraziata fu SARACCA, sbranata dopo un giorno di Colonia dal solito cane col padrone stupido. La cosa non andò giù al Capo che cominciò un servizio di pattugliamento continuo alla Colonia. Era infatti il terzo gatto in poco tempo che finiva azzannato da un cane.
Dopo interminabili appostamenti, rinunciando pure al suo sacro pisolo post-prandiano, il Capo beccò il colpevole a quattro zampe (e qui devo omettere alcuni particolari per non essere cacciato dalla Colonia) che se ne tornò dal suo padrone a due zampe e mezza. Beccò pure l’idiota mandante (e anche qui sono costretto ad omettere altri succosi particolari), ma la faccenda nel bene e nel male fu risolta: cane e padrone cambiarono monte per le loro passeggiate dopo i validi consigli del Capo.
Il Capo portò, a rate, i piccoli su e… la Colonia divenne il luogo più inospitale del pianeta.
16 (leggasi sedici) mostriciattoli dalle dieci alle sedici/diciotto settimane di vita che assaporano per la prima volta la libertà tra il verde è qualcosa di indimenticabile. Tutte le panchine al sole occupate, i locali dormitori devastati dei microbi pelosi e ogni possibilità di farsi un pisolo preclusa. Il momento del rancio trasformato dall’appuntamento più importante della giornata in un incubo ad occhi aperti. I piccoli indisciplinati fanno saltare tutti gli schemi e la gerarchia di distribuzione dei piatti con il cibo oramai consolidata col Capo. Come vedono un nuovo piatto pieno venire appoggiato al suo posto si fiondano in dieci e in tre secondi netti il piatto è ripulito, con il reale destinatario che rimane immobile e, soprattutto, affamato. La scorta delle crocchette di emergenza depositata nei locali dormitorio viene saccheggiata dopo solo un quarto d’ora dalla sua posa.
ATTILA lancia la proposta di prenderne uno a caso e inchiodarlo, a mo’ di monito sul tronco del tiglio più visibile dal nostro giardinetto. In diversi adulti cominciano a raccogliere le proprie poche cose e fare progetti per una migrazione di massa verso un’altra colonia.
Il Capo capisce l’antifona e comincia a dare pubblico sfoggio della sua arte venditrice: in una settimana ne piazza quattro ad altrettanti adottanti. Tra questi fortunelli c’è ROMEA. La piccola pelosissima tricolore aveva male assorbito la morte della sorellina SARACCA e passava il giorno ad elemosinare un’adozione a chiunque, puttaneggiando pubblicamente come poche gatte  adulte sanno fare. Le arrivò l’agognata adozione, un ragazzo di Rieti se ne innamorò e il Capo gliela affidò, contento di essersi tolto dai piedi una gattina che, sinceramente, era sprecata per la Colonia.
Ma dopo una settimana se la ritrovò lì, in mezzo al piazzale, confusa e ancora elemosinante.
- Un clone? – mormorò il Capo.
Invece era lei, la successiva telefonata del giovane chiarì la faccenda. Non poteva tenerla, erano sopraggiunti altri problemi.
Il Capo si mosse a compassione (purtroppo mancano prove fotografiche del suo stato di prostrazione) e decise per l’unica cosa giusta da fare: toglierla da là e portarsela di nuovo a casa, stavolta in pianta stabile.
Non vi dico i mormorii di insoddisfazione, malcontento e invidia degli altri piccoli! Compresa la piccola OSSOBUCO a cui il Capo aveva promesso una vita alla Reggia.
Comunque vada il Capo tornò a casa col trasportino di servizio di nuovo pieno.
E qui successe l’imprevedibile, come ci ha raccontato a suo tempo PAPERINO, uno dei micetti che il Capo aveva trasferito anni prima alla Reggia in quanto malato.
ROMEA decise di ricompensare il suo salvatore con la cosa meno felina che si possa immaginare: la fedeltà assoluta, il Capo divenne il suo umano, suo e di nessun altro gatto.
Non la pensava così TEMPESTINA, altro sacchetto di ossa e pulci raccattato alla Colonia, finora la sua micetta preferita. Lo scontro aperto tra le due per la proprietà del Capo fu tragico: solo una delle due sopravvisse (alla Reggia). Dopo poco tempo TEMPESTINA fu costretta a fare le valige e trasferirsi dalla vicina, diventando la prima profuga che abbandonò il nostro numeroso gruppo. Ancora oggi vive solitaria e indisturbata a pochi metri di distanza godendosi una grande villa in mezzo a due ettari di bosco e guardando i gatti della Reggia dall’alto in basso.
ROMEA è diventata la regina incontrastata della Reggia, offuscando pure il potere di Micia (quella delle padelle).
E’ l’unica gatta che sa benissimo di avere il potere sul Capo e, sembra, che lo stesso si consulti con lei prima di prendere una qualsiasi decisione, fosse il colore della Panda nuova, il cosa mettere la mattina per andare al lavoro, quale tipo di cibo comprare per gli altri gatti, come disporre i vasi di piante in giardino e chi invitare o no a cena.
ROMEA è sistemata, e gli altri?
Al prossimo appuntamento…
 Vostro SAETTA (l’attuale memoria storica della Colonia)


Il Capo si consulta con ROMEA prima di acquistare un nuovo paio di scarpe

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