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domenica 31 luglio 2016

IL SOLARIUM LETTERARIO







IL PASSAGGIO DELLE CONSEGNE
(Era ora!!!)







Il Solarium ha terminato la sua funzione, pur avendo ancora un romanzo in sospeso, ma l’autore è sempre latitante (in Sudamerica o Groenlandia, non è dato sapere), l’Editore è agli arresti domiciliari per favoreggiamento e bancarotta fraudolenta. Abbiamo letto e ascoltato porcherie per anni e neppure veniamo ricompensati con una misera scatoletta di umido. Ergo: al vostro buon cuore!
Ma la questione che tiene banco stamattina in Colonia è: che cazzo ci inventiamo ora per ammazzare la domenica mattina?
- Un thriller! – propone SCHIZZETTA.
- Ancora? – EMILIA – Svoltiamo completamente e proponiamo argomenti scientifici!
- Brava! – la interrompo – Mettiamo sulla cattedra PALLUCCHINO a spiegare l’origine dell’universo e i misteri delle tombe egizie e quello, in due puntate, ci ammazza i quattro lettori che abbiamo. Bocciato!
- Ma no! – quel genialaccio di ARCHIMEDE – Una spiegazione scientifica col taglio televisivo! Che so… qualcosa ai confini della scienza, esoterismo, leggenda e fantascienza!
- Sì! Dopo “I misteri della jungla nera” di Salgari proponiamo “Misteri e leggende di Monte Malbe”! E chi di noi sarebbe in grado di sostenere argomenti simili?
- Bellissima idea! – replica TOPAZIO – Una domenica mattina di discussione fantascientifica e misteriosa tipo… tipo…
- SuperQUARK! – il guizzo di WAFER, grande consumatore di programmi televisivi.
- QUARK?
- QUARK??
- QUARK???
- QUARK!!!! – il grido dei Coloni – QUARK sarà il conduttore-presentatore-narratore della nuova rubrica domenicale!
Al grido di richiamo il rosso cucciolone si presenta col solito topino in bocca, la prima preda della giornata.
- Cosa dovrei fare? – domanda, mentre il topino ne approfitta per sfuggire dalle mandibole e scappare nel bosco inseguito dal killer ATTILA e dallo sgraziatissimo GGNAZZIO.
Lo istruisco ampiamente sui nostri progetti, lo motivo quel tanto che basta e lo incorono nuova star della domenica mattina, il mio compito è terminato: posso finalmente andarmene in ferie... 
fanculo al Solarium Letterario!

Il nostro QUARK nuovo conduttore della rubrica domenicale
"QUARK - Misteri e leggende di Monte Malbe"

sabato 23 luglio 2016

IL SOLARIUM LETTERARIO






DEBITI e PINELLE

(Le pinelle sono come i debiti:
se ne hai troppe sono solo problemi)
- 19° capitolo -









- Ragazzi, l’ultimo strappo poi siamo finalmente in vetta! – raccomando ai randagi della Colonia.
- Già – commenta POLVERE – da domenica prossima cosa ci inventiamo?
- Nulla – rispondo – ricominciamo la lettura di tutti i romanzi del Solarium, così anche GGNAZZIO sarà un randagio erudito!
- Provatici BAIOCCO… - il sussurrato consiglio di Colosso OSCAR.

19

Un tranquillo viaggio di ritorno. Tre classiche soste per un pieno, due pisciate, tre caffè e tre sigarette. Quando l’obsoleta autoradio della Regina ritrova un segnale radio decente ascolto un famoso conduttore parlare del suo gatto.
Dopo 16 anni di convivenza lo ha lasciato. Ne parla con tono allegro anche se nelle sfumature si capisce che ne soffre. Per chiudere l’argomento e non intristire la mezza Italia gattofila che sta ascoltando il programma sfuma l’intervento con una canzone: una vecchia filastrocca in inglese cantata da Fred Penner.
The cat came back… il gatto è tornato
Sorrido ripensando ai grigi anni del mio lavoro per il Servizio Informativo Governativo. Ero soprannominato  Gatto Silvestro, per brevità tutti mi chiamavano Gatto.
Arrivato a destinazione, come scendo dalla Regina, Misha mi si fa avanti strusciandosi tra le gambe. I gattini giocano tra loro sulla veranda. Li faccio entrare in casa e, per lenire il senso di colpa del breve abbandono, preparo loro tre ciotole col meglio del meglio del paté in commercio.
Mangio un boccone e via! A fare il meritato pisolo. Sono stanco per la guida e ho la muscolatura e le articolazioni doloranti.
Silicone o non silicone, mi ha massacrato.
Poco prima di cena la visita che aspettavo: il Fiorino arancio-ANAS parcheggia a fianco della veranda e Catia entra in casa.
- Sono passata ieri, ma non c’eri.
- Sono andato a concludere l’indagine.
In silenzio, Catia, aspetta ulteriori notizie.
- Michel Peruzzi è morto nel bombardamento del monastero di San Romualdo. E’ sepolto a Fonte Avellana: ho pregato un monaco di appoggiargli sulla tomba il diario di suo zio.
- I documenti? - chiede.
Mi sorprende: non avevo fatto in tempo a parlargliene ma aveva capito da sola che erano custoditi nella cassetta metallica, insieme al diario.
- Restituiti a Sua Maestà la Regina tramite il fratello della tua amica Margaret. Lavora per i servizi segreti inglesi: era lui che ci faceva controllare. Il libro l’ho regalato a Margaret: ci teneva come ricordo di suo padre o -forse- era solo un’altra copia da far sparire.
- Quanto ci hai guadagnato? - la domanda è carica di sospetto.
- Io, nulla. Ai tuoi gatti è andata meglio.
Mi chiede una spiegazione con lo sguardo.
- Ho barattato il tutto con un vitalizio a favore del tuo rifugio - porgendole il biglietto da visita di George - Manda una e-mail a questo indirizzo con i dati bancari per il bonifico. Ho sparato basso: 10.000 sterline al mese.
- Quanto sarebbe?
- Credo 14.000 Euro. Dovrebbero bastare anche per la manutenzione della villa, poi… vedi tu.
Rimane pensierosa per qualche istante. Poi fa la domanda che più le preme.
- L’hai pescato il 10 di quadri?
Nego con il capo e le concedo un’ultima chance. Prendo un mazzo di carte da burraco e lo allargo a ventaglio sul tavolo, come se dovessimo scegliere le posizioni prima della partita. Pesco una carta mostrandola a Catia.
- Asso di quadri. Non serve.
Ne pesca una pure lei.
- 10 di picche. Neppure questa. Pazienza.
si è arresa…
Ha mollato l’osso, finalmente ha capito: non sono quello che lei vorrebbe fossi.
Anche io ho scoperto qualcosa: l’indagine mi ha riportato indietro nel tempo, sono tornato ad essere l’ Andrea Rossi di una volta, il Gatto. La cosa non mi dispiace.
Mentre accendo una sigaretta. sotto lo sguardo meravigliato di Catia, lei mi chiede: - Cosa ti è rimasto di tutta questa storia?
Osservo Misha e i micetti che dormono spaparanzati sul divano.
- Solo un dubbio - rispondo soffiando via la prima boccata.

- Perché le gatte nere fanno sempre gattini tigrati?


Il nostro BAIOCCO ingabbiato da Colosso OSCAR
e pronto per essere spedito a Timbuctù

sabato 16 luglio 2016

IL SOLARIUM LETTERARIO







DEBITI e PINELLE

(Le pinelle sono come i debiti:
se ne hai troppe sono solo problemi)
18° capitolo







- Allora? Chi è l’assassino? – domanda il ritornato BERETTA, cercando di aggiornarsi sul romanzo che stiamo leggendo.
- Sempre il maggiordomo – mi degno di rispondere mentre Colosso OSCAR sta prendendo le misure per affibbiargli una possente zampata.
Tra i due non corre buon sangue, forse l’assenza del cucciolone era dovuta proprio alla presenza del mastodontico felino.
Zamp!
- Mmeooowww!!!!! – strilla il figliol prodigo scappando per il bosco.
Sicuro in una delle sue precedenti vite Colosso OSCAR era un maggiordomo.

18


Lunedì mattina, di buon’ora, sono in viaggio per il monastero di Fonte Avellana. Sono solo: ho tutto il tempo per pensare ai fatti miei. Il primo pensiero va al passato fine settimana. Non ho visto né sentito Catia. Mi era balenata per la mente l’intenzione di telefonarle ma ho desistito, non so neppure il perché. Anzi, credo di saperlo ma non ne sono del tutto certo: ho paura di mettere in discussione l’equilibrio faticosamente raggiunto in questi tre anni. Passato il momento di euforia della novità, ora Catia mi si rivela sotto un altro aspetto: l’ennesima, potenziale, rottura di coglioni.
Per ingannare il tempo sabato sera sono tornato al circoletto di Marina a fare una briscola e un tressette e i soliti vecchietti impiccioni hanno fatto illazioni sulla circostanza che -se di sabato sera stavo ancora là- c’era solo un significato: la bella moretta non me la sganciava più. Ho sorriso e annuito, ma li ho fatti sbavare raccontando mirabolanti avventure sessuali con le tardone del burraco, motivo per cui la bella moretta mi aveva chiuso la sua bottega. Ho raccontato più cazzate quella sera che negli ultimi dieci anni.
Alle 10,50 suono al portone d’ingresso del monastero. Mi apre un monaco a cui spiego il motivo della mia visita.
- Venga, la sta aspettando - risponde conducendomi in un salotto dove un anziano monaco sta leggendo un libro antico.
- Sono Andrea Rossi, piacere.
- Antonio Misurata, benvenuto a Fonte Avellana. Il Cardinale Benedetti mi ha spiegato il motivo della sua visita. Ciò che lei cerca è qua.
Il monaco si alza in piedi. E’ anziano, alto, anche se la sua schiena ha cominciato ad incurvarsi, e magrissimo.
- Bene. Sono finalmente riuscito a trovare il luogo di sepoltura di Michel Peruzzi. Le chiedo due favori.
- Mi dica.
- Sa della storia del debito tra la Casa Reale Inglese e la famiglia Peruzzi?.
- Vagamente. Miki me ne aveva parlato durante il trasferimento da Roma al monastero di San Romualdo. L’aveva appreso il giorno prima da suo zio e dal Cardinale Bernini.
- Secondo lei, era possibile che Miki non fosse interessato a far valere i suoi diritti?
- Mi aveva detto di non essere interessato. Non era per soldi o titoli nobiliari che era venuto in Italia. Per quel poco che l’ho conosciuto penso sia stato sincero.
- Ha sofferto?
- Credo di sì: e’stato cosciente fino all’ultimo momento. Prima di morire mi ha fatto due raccomandazioni.
Lo interrogo con lo sguardo.
- La prima – prosegue - di dire al Cardinale Bernini di non sentirsi in colpa per averlo lasciato andare via. Era solo una questione di tempo: oramai era condannato; solo non credeva così presto. La seconda era per me. Se avessi trovato quei maledetti documenti li avrei dovuti restituire a Re Giorgio VI. Non li ho trovati; ma neppure cercati. Forse sono stato pavido. Altro non saprei dirle.
- Grazie - porgendogli il diario del Marchese - mi faccia la cortesia di appoggiarlo, insieme ad un fiore, sulla sua tomba. E’ il diario di suo zio Ottaviano: racconta la storia del debito e dell’incontro con Michel in Vaticano. Miki sarà contento.
- Lei… è un parente dei Peruzzi?
- No. I Peruzzi de’ Medici sono estinti. Anche la Marchesa Adalgisa è morta. Prima di morire mi ha consegnato questo diario con la preghiera di ritrovare suo cugino Michel. L’ho fatto.
Il vecchio monaco prende il diario e, mentre lo passa nell’altra mano per stringere la mia e salutarmi, noto che manca dell’ultima falange al mignolo della sinistra.
Gliela indico con lo sguardo: - Un lavoro di falegnameria, scommetto.
Sorride: - Succede spesso tra noi monaci lavoratori.
Riprendo la strada verso Gubbio con alcune impellenti necessità.
La principale la assolvo al primo slargo che trovo lungo la strada. Accosto la Regina, scendo, estraggo l’arma propria e faccio una pisciata memorabile; quelle che si fanno ad occhi chiusi, tanto è il piacere di liberarsi la vescica. Appena li riapro scorgo un qualcosa di familiare a terra, alla mia destra. Mi chino e raccolgo una piccola monetina da un centesimo di Euro, tutta ossidata e impolverata, quasi perfettamente mimetizzata con il suolo di terra grigia.
Sorrido tra me: un’altra sfida vinta!
Le ramatine, come definisco le monete da 1, 2 e 5 centesimi di Euro, sono i bersagli più comuni da trovare a terra, ma anche i più difficili da vedere. Sono perfidi tondelli, non ti accorgi quando ti cadono dalle tasche o ti scivolano dalle mani: non fanno rumore. Poi, appena a terra, cominciano a mimetizzarsi come camaleonti. Se cadono sull’asfalto, cominciano a diventare grigie scure, sullo sterrato diventano beige, scommetto che in mezzo all’erba di un prato diventino verdi.
L’occhio esperto del cercatore sa che deve concentrarsi sulla forma e non sul colore per scorgerle. Una finezza che ho imparato col tempo.
Per la seconda urgente impellenza mi reco a Pascelupo. Ho pure voglia di rivedere il piccolo e grazioso paese di montagna. Ma ho ancora più desiderio di un caffè con miscela arabica della vecchia Menchina.
Menchina è sempre lì (dietro al banco) e nella sala la stessa scena di giorni prima: il fumatore, con l’immancabile toscano acceso, e il pollo che giocano a carte.
- Buongiorno! - il mio esordio.
- Bongiorno, Signorino! - fa Menchina mentre gli altri due si limitano a fare un silenzioso gesto di saluto col capo.
- Ancora ruspa? - chiedo al fumatore.
- Bazzica e scopa - risponde e, segnandosi due scope, fa al pollo: - Due scope! - scoprendo a terra le sue carte.
Chiedo a Menchina il solito caffè e, guardando l’ora all’orologio pubblicitario Stock, stile marinaro, appeso a una delle spoglie pareti,  noto che sono le una passate.
- Vorrei mangiare un boccone, Menchina. Dove mi consiglia di andare?
- Qui! – risponde - C’ho la crescia calda calda!
- Crescia?
- La crescia col pregiutto - precisa.
- Torta semplice col prosciutto - traduce il fumatore.
- Veramente sono vegetariano.
- N’c’è problema, Signorino, la mi’ crescia la possono magnà anche quelli col diabete e la sciatica!
- Mettegliece un filo d’erba, Menchina - interviene sempre il fumatore.
- L’erba col pregiutto? Mah… - gli risponde Menchina e scompare nella stanza dietro al retro banco.
- Da bere? - la sento domandarmi.
- Sprinz! - fa il fumatore.
sprinz?
Dopo pochi minuti Menchina torna con un piatto piano e, appoggiato sopra, uno spicchio enorme di crescia ripiena col “pregiutto” e qualche rada macchia di verdura cotta.
Il profumo è invitante, la addento con voracità, evitando di pensare al povero animale che si è sacrificato per farcire una crescia. Poi vedo Menchina trafficare con un bicchiere, di quelli infrangibili stile anni ’60, che riempie con birra, gassosa e un goccio di vino bianco.
???
- Cos’è? - chiedo preoccupato.
- Robba bona - mi rassicura col sorriso Menchina.
Ne bevo un sorso: in effetti male non è. Finisco lo spicchio di crescia e ne chiedo un altro alla Menchina.
- Mò fagliela col pecorino, quello de Sandro! - la istruisce il fumatore.
- Quella va bene anche per i vegetariani - mi informa.
bastardo…
Finisco anche la seconda crescia e mi sento satollo. Menchina mi porge il caffè.
Lo bevo lentamente e vengo assalito da un’irrefrenabile voglia di nicotina. Lancio lo sguardo sullo scaffale delle sigarette.
- Un pacchetto di sigarette! Le peggiori; non vorrei ricominciare a fumare - le chiedo.
- Nazionali Esportazione! -  esclama il fumatore.
Prontamente Menchina me ne porge un pacchetto.
- Senza filtro? - domando stupito.
- Le peggiori in assoluto - pontifica il fumatore - Quattro e tre: sette. Scopa!
- Mi dia anche un Bic, Menchina.
- Cosa?
- I cerini, Menchina. Vuole accendere. Tre 5… 7 punti!
- E cche culo! - esclama il pollo.
Mi accendo la sigaretta al secondo tentativo. Al primo la capocchia del cerino mi rimane attaccata al polpastrello proprio mentre si infiamma procurandomi un buco marroncino che duole e puzza di zolfo e carne bruciata.
Bestemmio sottovoce mentre mi succhio il dito bruciato.
Una fucilata mi trapassa i polmoni e un senso di inebriamento mi assale facendomi girare la testa.
sarà lo sprinz?
Pago una stronzata il pranzo, il caffè e le sigarette e saluto tutti.
- Signorino? - chiede Menchina mentre sto uscendo dal circoletto - Che se vole comprà ‘na casa to qui?
- No, grazie!
Quando arrivo alla piazzetta dove riposa la Regina vedo la solita vecchietta indaffarata coi gatti. La gatta nera aspetta che i suoi micetti abbiano finito di mangiare.
Automaticamente metto mano al portafogli e tiro su una carta da 50 Euro. La porgo alla signora.
- Ancora? – fa - E’ il Signore che la manda! Mi dessero 50 euro alla settimana potrei anche curarli e sterilizzarli questi gatti.
- Come si chiama, signora?
- Onelia, Onelia Morelli. Perché?
- Curiosità - rispondo, salgo sulla Regina e parto.
Appena il cellulare riaggancia la rete mi fermo a telefonare.
- Margaret? Ciao, sono Andrea Rossi. Mi trovo vicino Gubbio e vorrei consegnarti una cosa, se possibile.
- Ciao Andrea! Non c’è problema. Passa a casa così ti faccio conoscere mio fratello George. E’ tornato per farsi qualche giorno di ferie.
- Tra un’ora sono là.
Faccio una seconda chiamata: alla strega rifatta che mi aveva passato il numero del suo telefonino.
- Ciao Silvia! Sono Andrea di Grosseto. Ci siamo conosciuti al torneo all’ “Ikuvium”. Ti disturbo?.
- Oh! Ciao Andrea! Sono contenta che mi hai chiamata, nessun disturbo.
- Stanotte soggiorno a Gubbio per lavoro. Volevo sapere se l’invito a fare quattro smazzate insieme fosse ancora valido.
- Veramente il lunedì non ci sono tornei.
- Meglio! Ti posso invitare a cena?
Dopo una pausa di riflessione la tardona tutta tette, labbra e plastica mi risponde.
- Volentieri! Penso io a prenotare in un buon ristorante. E’ un po’ fuori mano, ma ne vale la pena.
- Bene.
- In quale albergo stai?
- Pensavo di passare all’ “Ikuvium” per domandare se ci fosse una stanza libera.
- Prova al “Motel dei Ceri”, appena fuori Gubbio.
- E’ migliore?
- No. E’ più economico e discreto. Prendi uno dei bungalow esterni, ci si va senza passare dalla reception.
- Okay, dopo chiamo per prenotare.
- Ci vediamo alle 20 al parcheggio esterno del “Bar della Contessa”.
- Ricevuto. A dopo. Ciao, Silvia.
la bambola è sposata
Dopo circa un’ora parcheggio davanti alla grande casa di Margaret Hawtin-Stutton. Mi accoglie un uomo sulla sessantina, il classico tipo inglese: sembra la controfigura di David Niven.
- Dottor Rossi, buonasera! Sono George Hawtin-Stutton. Margaret mi ha parlato di lei. E’ un piacere conoscerla.
- Piacere mio, George.
Osserva con attenzione la Regina e nota l’ovale metallico raffigurante la Union Jack sormontata da una corona d’oro attaccato alla parte inferiore del portellone posteriore.
- Vedo che apprezza le cose di casa nostra - osserva.
- Sì. E’ la terza Range che possiedo. Tutte della seconda serie.
- Sarebbe più corretto dire che è la Range che possiede lei, visto che è recidivo. Neppure io sono riuscito a tanto.
Ci accomodiamo nel salone dove Margaret ci sta aspettando. Dopo il rituale the, anticipato di qualche minuto, vengo al sodo.
- George, vorrei consegnarle dei documenti da far pervenire alla Casa Reale.
Gli porgo i due vecchi fogli manoscritti.
- Sono il contratto di prestito tra i banchieri Peruzzi e Re Edoardo III, e il successivo contratto con la clausola della restituzione a un qualsiasi erede maschio della Casata Peruzzi. Penso sia a conoscenza di questa vicenda.
George annuisce mentre gli brillano gli occhi.
- Erano insieme a un vecchio diario scritto dal Marchese Ottaviano Peruzzi de’ Medici. Il diario l’ho fatto deporre sulla tomba del monaco Michel Peruzzi, l’ultimo erede che avrebbe potuto esigere il debito. Credo sia giusto chiudere questa storia così.
George prende i documenti e li ripone dentro al cassetto di un pesante mobile di antiquariato.
- Sarà mia cura farli pervenire il più presto possibile a Buckingham Palace.
- Ma non sono gratis - aggiungo.
George si volta di scatto e chiede: - Quanto vuole?
- Nulla per me. Ma -visto che negli anni la Regina ha pagato il silenzio con 20.000 sterline al mese- credo che ora sborsarne solo 10.000 sia un bel risparmio. La Marchesa Adalgisa Peruzzi de’ Medici aveva creato nella sua villa, a Grosseto, un rifugio per gatti randagi. Ora la villa è stata donata ad un’associazione animalista che si prende cura dei gatti della Marchesa ma non ha risorse sufficienti a mantenere  e curare la villa. Mi lasci un indirizzo di posta elettronica, provvederò a mandarle intestazione e IBAN di questa associazione per fare i bonifici mensili.
George indugia, è tentato di mercanteggiare sulla cifra richiesta. Rimane pensieroso qualche istante.
Aiuto la sua decisione dicendogli alcune parole.
- Certo, si potrebbe scrivere un bel libro su questa storia. Dal debito non pagato al bombardamento dell’Abbazia di Montecassino l’onore della Corona Inglese non ne uscirebbe bene.
Credo che la parola onore abbia riscontrato un certo effetto su George, o forse il fatto di avere portato a termine la sua missione con successo e senza complicazioni.
Prende un suo biglietto da visita scrivendoci qualcosa sul retro. Con pochi spiccioli -non suoi- ha risolto il problema che i Windsor si trascinavano da sette secoli.
dove ha fallito il padre, è riuscito il figlio
- Ecco qua. Mi faccia avere i dati necessari.
- E, per me… non hai nulla? - chiede Margaret osservando la copia in pelle del libro di suo padre.
- Questo – porgendoglielo - Neppure questo è gratis.
- Dimmi - fa Margaret.
- A Pascelupo, sulla piazza, c’è una signora. Si chiama Onelia Morelli. Ha bisogno di aiuto per i suoi gatti randagi.
- Ci penso io, non è un problema.
Mentre ci salutiamo, sul piazzale antistante la casa, dico a George -Ora la Sora Elisabetta può dormire sogni tranquilli.
- Dio salvi la Regina! - risponde sfiorando il cofano della mia Regina.
- Non c’è bisogno di scomodare Dio, George: già ci ha pensato Michele ad allungarle la vita.
Mi segue con sguardo perplesso mentre salgo in auto e faccio ruggire gli otto cilindri del motore girando la chiave di accensione.
Quando mi avvicino a Gubbio scorgo l’insegna del “Bar della Contessa”. Mi fermo per un altro buon caffè e a sostituire le Nazionali Esportazione e i cerini con qualcosa di più attuale.
Mentre attraverso Gubbio, diretto verso il “Motel dei Ceri”, mi si fa duro.
Silicone o non silicone, stanotte la massacro.

BERETTA osserva preoccupato le mosse di Colosso OSCAR

sabato 9 luglio 2016

IL SOLARIUM LETTERARIO








DEBITI e PINELLE

(Le pinelle sono come i debiti:
se ne hai troppe sono solo problemi)
- 17° capitolo -








Che dire?
Ieri abbiamo avvistato un altro felino sconosciuto affacciatosi in Colonia (probabile femmina, ma già adulta) che alla vista del Capo è fuggito nel bosco. Non sappiamo se per paura o per le imprecazioni del nostro umano. Non solo: i radar uditivi del nostro umano hanno captato un miagolio sconosciuto e proprio mentre cercava di individuare l’emittente è arrivata un’orda familiare a visitare la Colonia. Una giovane coppia con 5 (cinque!) figli, tutti loro.
Dovrebbe essere allargato il concetto di sterilizzazione…


17

Al mattino una gradita sorpresa mi accoglie: la perturbazione è passata e il mare si è placato dopo la mareggiata del giorno prima.
Ne approfitto per una salutare passeggiata sulla spiaggia. Senza metal, stavolta. Passeggiare in spiaggia dopo una mareggiata è un altro tipo di ricerca piacevole. Il mare porta a terra di tutto -soprattutto spazzatura- di ogni epoca.
E’ facile trovare vecchie e strane bottiglie di vetro ancora integre, oggetti di tutti i tipi, ciottoli e piccoli legnetti lavorati e levigati dalle correnti marine. Poi è un tipo di ricerca senza impegni: puoi tranquillamente pensare ai cazzi tuoi mentre gli occhi mandano sguardi sull’arenile come rasoiate, pronti a scorgere qualcosa di interessante. Questa volta non sono solo, Misha mi ha seguito lungo tutto il sentiero che porta alla spiaggia e cammina insieme a me ispezionando con l’odorato alcuni rottami scaraventati dalle onde sul litorale.
Dopo un paio d’ore di lenta passeggiata, e profonda meditazione, ho preso la solenne decisione: giocherò l’unica    (preziosa) pinella in mano.
Torno alla mia capanna e tiro fuori un telefonino, di tipo vecchio, quasi un reperto archeologico, con all’interno una Sim Card intestata ad un prestanome.
Cerco nella rubrica del mio cellulare ufficiale un numero telefonico e lo compongo con la reliquia.
- Pronto!
Non mi sembra di riconoscere la voce di chi sto chiamando.
- Buongiorno. Sono Andrea Rossi. Ho chiamato il Cardinale Benedetti?
- Sì. Sono il suo segretario. Sua Eminenza ora è occupato. Se può riferire a me…
- Certamente! Dica a… Sua Eminenza che avrei bisogno di un’informazione. Quando posso richiamare?
- Andrea Rossi ha detto? Appena possibile riferisco a Sua Eminenza. Può chiamare nel pomeriggio.
- Grazie.
Invece, mentre sto scolando la pasta suona il reperto. Rispondo.
- Pronti!
- Andrea, figliuolo, che piacere risentirti! Come stai?
- Bene, Cardinale! O devo chiamarla Sua Eminenza?
- Chiamami come vuoi. Per gli amici sono sempre il Cardinale Benedetti, per tutti gli altri sono il Segretario di Stato di Sua Santità il Sommo Pontefice.
- Ha fatto carriera, eh?
- Succede… quando si hanno buone carte da giocare. In cosa posso esserti utile?
- Una piccola informazione su un prete benedettino.
- Monaco - mi corregge.
- Esatto, monaco. Si chiamava Michel Peruzzi, poi gli era stato cambiato il nome d’arte in Miki Americano. Era italo-americano. Alla fine del 1943 arrivò in Vaticano per trasferirsi, poi, all’Abbazia di Montecassino.
- Un tempismo perfetto! - gli scappa la battuta.
- Già. Dovrebbe essere morto non a Montecassino, ma in un piccolo monastero in Umbria, nel giugno del 1944. Desidererei avere tutte le informazioni possibili, pure il luogo della sua sepoltura.
- Una richiesta strana. Cosa stai combinando?
- Una piccola indagine per un’amica.
- Ma non ti eri ritirato dal lavoro?
- Certo! Ora sono un misero pensionato.
- Già. Con una casetta al mare e che passa le sue giornate a raccogliere monetine sulla spiaggia col metal detector.
mi sorprende…
- La sento informato - dico.
- Che vuoi, figliuolo, anche io ho amici che mi svolgono piccole indagini. Richiederò il fascicolo del monaco oggi stesso. Ti farò sapere appena mi sarà possibile.
- Grazie, Sua Eminenza.
- Di nulla, figliuolo.
Il Cardinale Benedetti è un mio debitore. E di un grosso debito. Ha avuto da me qualcosa che ha salvato il Vaticano e la Curia romana da uno scandalo di proporzioni bibliche e, con quella cosa, è riuscito ad occupare la poltrona più alta, dopo quella del Papa.
      La pasta si è scotta, pazienza.
Mangio con poco gusto e, prima del doveroso pisolo, sistemo le prede della mattinata sullo scaffale dedicato.
Due bottiglie, forse non molto vecchie ma particolari, vanno a fare compagnia alle altre trovate dopo le mareggiate subite da questa parte di litorale.
Poco prima delle 19 suona il reperto della telefonia mobile.
- Pronti!
- Andrea, figliuolo, sono sempre io. Ho quello che cerchi, ma…
- Ma?
- Vista la delicatezza dell’argomento, proporrei di incontrarci personalmente per parlarne.
???
- Delicatezza?
- Non mi cadere dalle nuvole, sai benissimo che è una storia particolare! Vorrei saperne pure io qualcosa in più.
- Devo venire in Vaticano?
- Non c’è bisogno, anzi, proporrei di evitarlo. Domani mattina raggiungo la mia residenza a Sutri. Ti aspetto là, vieni a colazione.
- Ci sarò. Cardinale…
- Sì, figliuolo?
- Non mangio carne.
- Male. Ma non credo ci siano problemi.
Sono contento di fare questo piccolo viaggio per tre motivi.
Il primo è vedere personalmente la residenza dove abita il Cardinale, pardon: il Segretario di Stato di Sua Santità il Sommo Pontefice.
Da quello che predicano i seguaci del Vaticano, in fatto di uguaglianza e di dividere i propri beni con chi è più sfortunato, dovrebbe vivere in una baracca o, al massimo, in un appartamento di un condominio popolare.
La residenza di Sutri del Cardinale Benedetti (scopro, poi, essere solo una delle cinque che possiede) è una villa seicentesca su tre livelli con otto ettari di parco (curatissimo) dai numerosi giardinieri al suo servizio, terme private, scuderie per i purosangue e un salone per esporre la nutrita collezione di opere d’arte.
Il secondo motivo sarebbe di tornare, dopo lungo tempo, a visitare la graziosa cittadina etrusca: purtroppo non ne avrò il tempo necessario.
Ma la ragione più importante  è quella di verificare lo stato di salute della Regina dopo la cura del Dottor Michele.
Il viaggio di andata lo compio con un certo timore; la prudenza non è mai troppa.
Verificato che i problemi di surriscaldamento del liquido refrigerante sono scomparsi, al ritorno comincio a tirare il collo al motore.
(I risultati me li consegnerà, un mese dopo, la postina: due autovelox  per un totale di 1.380 Euro, 16 punti in meno nella patente e il ritiro della stessa per 12 mesi. Affiderò i verbali ad Irene incaricandola di saldare le mie pendenze con lo Stato Italiano; nulla è dovuto: ho sancito).
Di rivedere il Cardinale Benedetti, sinceramente, non me ne frega una sega: è profittatore e arrivista come un comune mortale in carriera. Una di quelle persone che fa bene conoscere per non cercare di assomigliarle.
Quando ci sediamo a tavola noto (con soddisfazione) che problemi con il cibo non ce ne sono: il cuoco personale del Cardinale Benedetti ha sfornato antipasti e primi con e senza carne, nonché una nutrita scelta di contorni a base di formaggi e verdure.
Dopo il pasto ci ritiriamo nello studio, per il caffè. Il segretario ci segue. Appoggiata la preziosa tazzina di maiolica decorata con fili d’oro zecchino, il Cardinale comincia a parlarmi.
- Caro Andrea, non è stato semplice come credevo ottenere il fascicolo personale di Michel Peruzzi, alias Miki Americano, ma ci sono riuscito e come pure ad ottenere informazioni -diciamo coperte da un certo riserbo- dal mio collega che sovrintende l’Intelligence dello Stato Vaticano. La faccenda è piuttosto complessa. Il fascicolo non può uscire dalle mura vaticane, mi sono preso pochi appunti: solo per le informazioni di dominio pubblico.
Lo ascolto con attenzione.
- Michel Peruzzi, nato a Baltimora (Stati Uniti), il 6 aprile 1923 dalla Marchesa Elena Peruzzi de’ Medici e padre ignoto. La giovane Marchesa era una donna spregiudicata, una poco di buono, per dirla in termini attuali una che… la dava a cani e porci - il Cardinale si interrompe per un breve sorriso.
Sorridiamo pure io e il segretario.
- Dicevo… Michel rimane orfano all’età di tre anni e viene accolto in un orfanotrofio. All’età di sei anni viene trasferito in un convitto dell’Ordine Benedettino. Il giovane Peruzzi  è un ragazzo dal carattere forte e un lavoratore: eccelle negli studi di teologia e lingue straniere. Oltre all’inglese (la sua lingua madre), parla correntemente l’italiano e il tedesco, nonché il latino, come da prassi comune. Prende i voti e chiede di poter prestare la sua opera di monaco missionario in Italia al seguito delle truppe alleate ma il suo protettore in Vaticano, quel volpone del Cardinale Antonello Bernini, mette il veto. In Italia: sì, ma in un monastero. Il Cardinale Bernini è un vecchio amico della famiglia Peruzzi de’ Medici e segue, dietro le quinte, prima le scelleratezze della Marchesa Elena fuggita in America, poi si preoccupa del figlio Michel.
Fa un attimo di pausa per prendere una sigaretta. Compie il gesto di offrirmene una. Rifiuto. Il segretario gli porge un pesante accendino d’oro e fa scoccare la scintilla che incendia il gas.
- Il Cardinale Bernini lo spedisce all’Abbazia di Montecassino, luogo ritenuto sicurissimo, anche se il fronte di guerra è proprio là sotto. E qui entra in giuoco il lavoro dell’Intelligence vaticana. Non ci crederai, caro figliuolo, ma Michel Peruzzi fu la causa della distruzione dell’Abbazia di Montecassino.
???
- Fonti dei servizi segreti militari americani ce lo hanno confermato – prosegue - Il monastero non doveva essere bombardato, il generale americano Clark si era espresso fermamente in tal senso ma il generale inglese Alexander lo pressava per un’azione decisa che avrebbe permesso lo sfondamento della Linea Gustav. Clark rimase della sua idea, poi cedette alle insistenze del generale inglese ma solo per un’azione dimostrativa, con pochi aerei, da effettuarsi il 14 febbraio. Michel doveva arrivare a Montecassino la sera del 13 febbraio. Per un banale contrattempo durante il viaggio il suo arrivo slittò di un giorno. Alexander sospese l’azione dimostrativa, dicendo di aspettare una notizia importante. Ma era una balla. Balla che vendette, poi, agli americani la sera stessa: all’interno del monastero c’era in visita il feldmaresciallo Albert Kesselring, il comandante delle truppe di occupazione tedesche in Italia. Alexander chiese un massiccio bombardamento del monastero per la mattina stessa, l’Abbazia doveva essere rasa al suolo! Perché tutto ciò? La sera del 14 febbraio era arrivato al monastero, stanco e affamato, il monaco Michel Peruzzi e il generale Alexander era stato puntualmente avvertito da qualcuno. Perché tutto questo interesse a un giovane religioso italo-americano?
- Perché si chiamava Peruzzi de’ Medici ed era l’ultimo erede maschio del Casato in grado di esigere la restituzione del debito che la Casa Reale Inglese aveva contratto con i Peruzzi nel XIV secolo - lo anticipo - La Casa Reale Inglese lo voleva morto. Anche se il fatto che sia stato la causa della distruzione dell’Abbazia di Montecassino mi sembra assurdo.
- Ahh! - esclama il Cardinale - Ne sei informato! In quale pasticcio ti sei cacciato questa volta?
- Nessun pasticcio, Eminenza. Devo solo assolvere l’ultimo desiderio di una persona deceduta.
- Chi era?
- La Marchesa Adalgisa Peruzzi de’ Medici.
- Quella vecchia pazza! La conoscevi?
- Sì - mento.
- Va bene. Mi basta, sono affari tuoi. Allora… la mattina del 15 febbraio 250 aerei americani, in vari attacchi, rasero al suolo l’Abbazia. Tanti morti tra i civili rifugiati e i monaci ancora presenti. Michel si salvò e venne condotto dai tedeschi al sicuro. Papa Pio XII chiese immediatamente spiegazioni al presidente americano Roosevelt e, quando le ottenne, gli fece fare la figura del peracottaro.
“Gli inglesi ti hanno preso per i fondelli, caro mio zoppetto! Quel giorno Kesselring era a Roma!” gli avrà detto. Poi, una fitta collaborazione tra i servizi segreti americani e vaticani per spiegare la situazione. Gli americani si erano incazzati - non poco: radere al suolo uno dei maggiori luoghi sacri della cristianità per uccidere un loro connazionale! Poi, la figura di barbari distruttori fatta in tutto il mondo! Decisero di far pagare il conto agli inglesi. Michel, intanto, tornò a Roma e si incontrò con suo zio (il Marchese Ottaviano), e il suo protettore (il Cardinale Bernini), che gli spiegarono i fatti e lo pregarono di rimanere al sicuro, tra le mura vaticane. Ma Michel era un giovane di polso, con un carattere fortissimo e rifiutò. Era venuto in Italia per fare il missionario e non per stare dentro una stanza in Vaticano! Volle andare in un altro convento. Il Cardinale Bernini lo avrebbe accontentato a patto di accettare di cambiare il suo nome con quello di Miki Americano, acconsentire alla destinazione nel piccolo monastero di San Romualdo sulle montagne umbre e venire accompagnato da un altro giovane monaco, Antonio Misurata da Barletta, che lo avrebbe dovuto proteggere.
- Antonio Misurata da Barletta? - chiedo.
- Sì. Un giovane sveglio e istruito dai nostri servizi segreti. Altro capitolo e altra scena: il giorno stesso della partenza da Roma dei due giovani monaci per la nuova destinazione, atterrò a Foggia un bombardiere inglese che - disse il comandante pilota - aveva smarrito la rotta al rientro da una missione sulla Germania. Dal bombardiere sbarcarono tre militari che vennero subito imbarcati su auto civili e portati via da uomini dei servizi segreti militari inglesi. Gli americani aguzzarono gli occhi e presero informazioni. Vennero a sapere che quello era il commando inviato per uccidere Michel Peruzzi - anzi Miki Americano - al suo arrivo al monastero umbro. Raccolsero tutte le informazioni possibili e la notte in cui il commando avrebbe dovuto agire mandarono un loro caccia ad intercettare l’aereo degli inglesi e ad abbatterlo. Uno a uno: palla al centro!
Annuisco e faccio il sorriso sornione di chi già conosce la storia.
- Ma gli inglesi non erano meno furbi degli americani – continua - avevano preparato un piano di riserva nel caso che l’azione notturna fosse fallita. La mattina dopo, da un aeroporto greco, decollarono 3 bombardieri britannici con il compito di distruggere il piccolo monastero umbro. E ci riuscirono provocando la morte di quasi tutti gli occupanti. Ne uscirono vivi solo tre monaci: un anziano del monastero rimasto invalido e rimbecillito, morto pochi anni dopo, e i due giovani Antonio e Michel. Michel era ferito gravemente e morì durante il trasporto all’ospedale di Gubbio. Il suo corpo venne preso in consegna dai monaci camaldolesi del monastero di Fonte Avellana e lì tumulato.
- E Antonio Misurata?
- E’ sopravvissuto. Dopo anni di pellegrinaggi e missioni ha scelto proprio Fonte Avellana per godersi la sua vecchiaia. E’ sufficiente?
- Direi di sì. Michel Peruzzi è sepolto a Fonte Avellana, allora!
- Sì, figliuolo. Naturalmente, ora, mi sento sollevato dal pesante obbligo che avevo nei tuoi confronti.
- Sicuramente, Eminenza. Ma desidererei un ultimo piccolo favore.
- Dimmi, se mi fosse possibile…
- Visitare la tomba di Michel Peruzzi a Fonte Avellana.
- Per quale motivo?
- Vorrei lasciarvi il diario delle memorie di suo zio Ottaviano.
- Giusto - commenta il Cardinale - questa storia è oramai conclusa. Sarebbe bene non lasciare debiti in giro e restituire ogni cosa a chi la desidera.
Assorbo il velato consiglio e annuisco.
Il Cardinale fa un gesto al segretario che si allontana e torna dopo pochi minuti con una notizia.
- L’abate Antonio Misurata sarà lieto di riceverla al monastero lunedì prossimo alle 11.
- Grazie.
Prima di andarmene stringo la mano al Cardinale.
- Eminenza, mi ha reso un grosso favore, la ringrazio.
- Ho solo saldato un debito, figliuolo. Non sono mica inglese, io! – sorridendo.
Poi prosegue - Ricordati che tu ne hai ancora uno grosso con Dio.
- E non è il solo, Eminenza - rispondo.
- Non mi dire altro. Fai buon viaggio.

LASER, uno degli ultimi arrivi, mentre viene strangolato dal Capo