sabato 16 luglio 2016

IL SOLARIUM LETTERARIO







DEBITI e PINELLE

(Le pinelle sono come i debiti:
se ne hai troppe sono solo problemi)
18° capitolo







- Allora? Chi è l’assassino? – domanda il ritornato BERETTA, cercando di aggiornarsi sul romanzo che stiamo leggendo.
- Sempre il maggiordomo – mi degno di rispondere mentre Colosso OSCAR sta prendendo le misure per affibbiargli una possente zampata.
Tra i due non corre buon sangue, forse l’assenza del cucciolone era dovuta proprio alla presenza del mastodontico felino.
Zamp!
- Mmeooowww!!!!! – strilla il figliol prodigo scappando per il bosco.
Sicuro in una delle sue precedenti vite Colosso OSCAR era un maggiordomo.

18


Lunedì mattina, di buon’ora, sono in viaggio per il monastero di Fonte Avellana. Sono solo: ho tutto il tempo per pensare ai fatti miei. Il primo pensiero va al passato fine settimana. Non ho visto né sentito Catia. Mi era balenata per la mente l’intenzione di telefonarle ma ho desistito, non so neppure il perché. Anzi, credo di saperlo ma non ne sono del tutto certo: ho paura di mettere in discussione l’equilibrio faticosamente raggiunto in questi tre anni. Passato il momento di euforia della novità, ora Catia mi si rivela sotto un altro aspetto: l’ennesima, potenziale, rottura di coglioni.
Per ingannare il tempo sabato sera sono tornato al circoletto di Marina a fare una briscola e un tressette e i soliti vecchietti impiccioni hanno fatto illazioni sulla circostanza che -se di sabato sera stavo ancora là- c’era solo un significato: la bella moretta non me la sganciava più. Ho sorriso e annuito, ma li ho fatti sbavare raccontando mirabolanti avventure sessuali con le tardone del burraco, motivo per cui la bella moretta mi aveva chiuso la sua bottega. Ho raccontato più cazzate quella sera che negli ultimi dieci anni.
Alle 10,50 suono al portone d’ingresso del monastero. Mi apre un monaco a cui spiego il motivo della mia visita.
- Venga, la sta aspettando - risponde conducendomi in un salotto dove un anziano monaco sta leggendo un libro antico.
- Sono Andrea Rossi, piacere.
- Antonio Misurata, benvenuto a Fonte Avellana. Il Cardinale Benedetti mi ha spiegato il motivo della sua visita. Ciò che lei cerca è qua.
Il monaco si alza in piedi. E’ anziano, alto, anche se la sua schiena ha cominciato ad incurvarsi, e magrissimo.
- Bene. Sono finalmente riuscito a trovare il luogo di sepoltura di Michel Peruzzi. Le chiedo due favori.
- Mi dica.
- Sa della storia del debito tra la Casa Reale Inglese e la famiglia Peruzzi?.
- Vagamente. Miki me ne aveva parlato durante il trasferimento da Roma al monastero di San Romualdo. L’aveva appreso il giorno prima da suo zio e dal Cardinale Bernini.
- Secondo lei, era possibile che Miki non fosse interessato a far valere i suoi diritti?
- Mi aveva detto di non essere interessato. Non era per soldi o titoli nobiliari che era venuto in Italia. Per quel poco che l’ho conosciuto penso sia stato sincero.
- Ha sofferto?
- Credo di sì: e’stato cosciente fino all’ultimo momento. Prima di morire mi ha fatto due raccomandazioni.
Lo interrogo con lo sguardo.
- La prima – prosegue - di dire al Cardinale Bernini di non sentirsi in colpa per averlo lasciato andare via. Era solo una questione di tempo: oramai era condannato; solo non credeva così presto. La seconda era per me. Se avessi trovato quei maledetti documenti li avrei dovuti restituire a Re Giorgio VI. Non li ho trovati; ma neppure cercati. Forse sono stato pavido. Altro non saprei dirle.
- Grazie - porgendogli il diario del Marchese - mi faccia la cortesia di appoggiarlo, insieme ad un fiore, sulla sua tomba. E’ il diario di suo zio Ottaviano: racconta la storia del debito e dell’incontro con Michel in Vaticano. Miki sarà contento.
- Lei… è un parente dei Peruzzi?
- No. I Peruzzi de’ Medici sono estinti. Anche la Marchesa Adalgisa è morta. Prima di morire mi ha consegnato questo diario con la preghiera di ritrovare suo cugino Michel. L’ho fatto.
Il vecchio monaco prende il diario e, mentre lo passa nell’altra mano per stringere la mia e salutarmi, noto che manca dell’ultima falange al mignolo della sinistra.
Gliela indico con lo sguardo: - Un lavoro di falegnameria, scommetto.
Sorride: - Succede spesso tra noi monaci lavoratori.
Riprendo la strada verso Gubbio con alcune impellenti necessità.
La principale la assolvo al primo slargo che trovo lungo la strada. Accosto la Regina, scendo, estraggo l’arma propria e faccio una pisciata memorabile; quelle che si fanno ad occhi chiusi, tanto è il piacere di liberarsi la vescica. Appena li riapro scorgo un qualcosa di familiare a terra, alla mia destra. Mi chino e raccolgo una piccola monetina da un centesimo di Euro, tutta ossidata e impolverata, quasi perfettamente mimetizzata con il suolo di terra grigia.
Sorrido tra me: un’altra sfida vinta!
Le ramatine, come definisco le monete da 1, 2 e 5 centesimi di Euro, sono i bersagli più comuni da trovare a terra, ma anche i più difficili da vedere. Sono perfidi tondelli, non ti accorgi quando ti cadono dalle tasche o ti scivolano dalle mani: non fanno rumore. Poi, appena a terra, cominciano a mimetizzarsi come camaleonti. Se cadono sull’asfalto, cominciano a diventare grigie scure, sullo sterrato diventano beige, scommetto che in mezzo all’erba di un prato diventino verdi.
L’occhio esperto del cercatore sa che deve concentrarsi sulla forma e non sul colore per scorgerle. Una finezza che ho imparato col tempo.
Per la seconda urgente impellenza mi reco a Pascelupo. Ho pure voglia di rivedere il piccolo e grazioso paese di montagna. Ma ho ancora più desiderio di un caffè con miscela arabica della vecchia Menchina.
Menchina è sempre lì (dietro al banco) e nella sala la stessa scena di giorni prima: il fumatore, con l’immancabile toscano acceso, e il pollo che giocano a carte.
- Buongiorno! - il mio esordio.
- Bongiorno, Signorino! - fa Menchina mentre gli altri due si limitano a fare un silenzioso gesto di saluto col capo.
- Ancora ruspa? - chiedo al fumatore.
- Bazzica e scopa - risponde e, segnandosi due scope, fa al pollo: - Due scope! - scoprendo a terra le sue carte.
Chiedo a Menchina il solito caffè e, guardando l’ora all’orologio pubblicitario Stock, stile marinaro, appeso a una delle spoglie pareti,  noto che sono le una passate.
- Vorrei mangiare un boccone, Menchina. Dove mi consiglia di andare?
- Qui! – risponde - C’ho la crescia calda calda!
- Crescia?
- La crescia col pregiutto - precisa.
- Torta semplice col prosciutto - traduce il fumatore.
- Veramente sono vegetariano.
- N’c’è problema, Signorino, la mi’ crescia la possono magnà anche quelli col diabete e la sciatica!
- Mettegliece un filo d’erba, Menchina - interviene sempre il fumatore.
- L’erba col pregiutto? Mah… - gli risponde Menchina e scompare nella stanza dietro al retro banco.
- Da bere? - la sento domandarmi.
- Sprinz! - fa il fumatore.
sprinz?
Dopo pochi minuti Menchina torna con un piatto piano e, appoggiato sopra, uno spicchio enorme di crescia ripiena col “pregiutto” e qualche rada macchia di verdura cotta.
Il profumo è invitante, la addento con voracità, evitando di pensare al povero animale che si è sacrificato per farcire una crescia. Poi vedo Menchina trafficare con un bicchiere, di quelli infrangibili stile anni ’60, che riempie con birra, gassosa e un goccio di vino bianco.
???
- Cos’è? - chiedo preoccupato.
- Robba bona - mi rassicura col sorriso Menchina.
Ne bevo un sorso: in effetti male non è. Finisco lo spicchio di crescia e ne chiedo un altro alla Menchina.
- Mò fagliela col pecorino, quello de Sandro! - la istruisce il fumatore.
- Quella va bene anche per i vegetariani - mi informa.
bastardo…
Finisco anche la seconda crescia e mi sento satollo. Menchina mi porge il caffè.
Lo bevo lentamente e vengo assalito da un’irrefrenabile voglia di nicotina. Lancio lo sguardo sullo scaffale delle sigarette.
- Un pacchetto di sigarette! Le peggiori; non vorrei ricominciare a fumare - le chiedo.
- Nazionali Esportazione! -  esclama il fumatore.
Prontamente Menchina me ne porge un pacchetto.
- Senza filtro? - domando stupito.
- Le peggiori in assoluto - pontifica il fumatore - Quattro e tre: sette. Scopa!
- Mi dia anche un Bic, Menchina.
- Cosa?
- I cerini, Menchina. Vuole accendere. Tre 5… 7 punti!
- E cche culo! - esclama il pollo.
Mi accendo la sigaretta al secondo tentativo. Al primo la capocchia del cerino mi rimane attaccata al polpastrello proprio mentre si infiamma procurandomi un buco marroncino che duole e puzza di zolfo e carne bruciata.
Bestemmio sottovoce mentre mi succhio il dito bruciato.
Una fucilata mi trapassa i polmoni e un senso di inebriamento mi assale facendomi girare la testa.
sarà lo sprinz?
Pago una stronzata il pranzo, il caffè e le sigarette e saluto tutti.
- Signorino? - chiede Menchina mentre sto uscendo dal circoletto - Che se vole comprà ‘na casa to qui?
- No, grazie!
Quando arrivo alla piazzetta dove riposa la Regina vedo la solita vecchietta indaffarata coi gatti. La gatta nera aspetta che i suoi micetti abbiano finito di mangiare.
Automaticamente metto mano al portafogli e tiro su una carta da 50 Euro. La porgo alla signora.
- Ancora? – fa - E’ il Signore che la manda! Mi dessero 50 euro alla settimana potrei anche curarli e sterilizzarli questi gatti.
- Come si chiama, signora?
- Onelia, Onelia Morelli. Perché?
- Curiosità - rispondo, salgo sulla Regina e parto.
Appena il cellulare riaggancia la rete mi fermo a telefonare.
- Margaret? Ciao, sono Andrea Rossi. Mi trovo vicino Gubbio e vorrei consegnarti una cosa, se possibile.
- Ciao Andrea! Non c’è problema. Passa a casa così ti faccio conoscere mio fratello George. E’ tornato per farsi qualche giorno di ferie.
- Tra un’ora sono là.
Faccio una seconda chiamata: alla strega rifatta che mi aveva passato il numero del suo telefonino.
- Ciao Silvia! Sono Andrea di Grosseto. Ci siamo conosciuti al torneo all’ “Ikuvium”. Ti disturbo?.
- Oh! Ciao Andrea! Sono contenta che mi hai chiamata, nessun disturbo.
- Stanotte soggiorno a Gubbio per lavoro. Volevo sapere se l’invito a fare quattro smazzate insieme fosse ancora valido.
- Veramente il lunedì non ci sono tornei.
- Meglio! Ti posso invitare a cena?
Dopo una pausa di riflessione la tardona tutta tette, labbra e plastica mi risponde.
- Volentieri! Penso io a prenotare in un buon ristorante. E’ un po’ fuori mano, ma ne vale la pena.
- Bene.
- In quale albergo stai?
- Pensavo di passare all’ “Ikuvium” per domandare se ci fosse una stanza libera.
- Prova al “Motel dei Ceri”, appena fuori Gubbio.
- E’ migliore?
- No. E’ più economico e discreto. Prendi uno dei bungalow esterni, ci si va senza passare dalla reception.
- Okay, dopo chiamo per prenotare.
- Ci vediamo alle 20 al parcheggio esterno del “Bar della Contessa”.
- Ricevuto. A dopo. Ciao, Silvia.
la bambola è sposata
Dopo circa un’ora parcheggio davanti alla grande casa di Margaret Hawtin-Stutton. Mi accoglie un uomo sulla sessantina, il classico tipo inglese: sembra la controfigura di David Niven.
- Dottor Rossi, buonasera! Sono George Hawtin-Stutton. Margaret mi ha parlato di lei. E’ un piacere conoscerla.
- Piacere mio, George.
Osserva con attenzione la Regina e nota l’ovale metallico raffigurante la Union Jack sormontata da una corona d’oro attaccato alla parte inferiore del portellone posteriore.
- Vedo che apprezza le cose di casa nostra - osserva.
- Sì. E’ la terza Range che possiedo. Tutte della seconda serie.
- Sarebbe più corretto dire che è la Range che possiede lei, visto che è recidivo. Neppure io sono riuscito a tanto.
Ci accomodiamo nel salone dove Margaret ci sta aspettando. Dopo il rituale the, anticipato di qualche minuto, vengo al sodo.
- George, vorrei consegnarle dei documenti da far pervenire alla Casa Reale.
Gli porgo i due vecchi fogli manoscritti.
- Sono il contratto di prestito tra i banchieri Peruzzi e Re Edoardo III, e il successivo contratto con la clausola della restituzione a un qualsiasi erede maschio della Casata Peruzzi. Penso sia a conoscenza di questa vicenda.
George annuisce mentre gli brillano gli occhi.
- Erano insieme a un vecchio diario scritto dal Marchese Ottaviano Peruzzi de’ Medici. Il diario l’ho fatto deporre sulla tomba del monaco Michel Peruzzi, l’ultimo erede che avrebbe potuto esigere il debito. Credo sia giusto chiudere questa storia così.
George prende i documenti e li ripone dentro al cassetto di un pesante mobile di antiquariato.
- Sarà mia cura farli pervenire il più presto possibile a Buckingham Palace.
- Ma non sono gratis - aggiungo.
George si volta di scatto e chiede: - Quanto vuole?
- Nulla per me. Ma -visto che negli anni la Regina ha pagato il silenzio con 20.000 sterline al mese- credo che ora sborsarne solo 10.000 sia un bel risparmio. La Marchesa Adalgisa Peruzzi de’ Medici aveva creato nella sua villa, a Grosseto, un rifugio per gatti randagi. Ora la villa è stata donata ad un’associazione animalista che si prende cura dei gatti della Marchesa ma non ha risorse sufficienti a mantenere  e curare la villa. Mi lasci un indirizzo di posta elettronica, provvederò a mandarle intestazione e IBAN di questa associazione per fare i bonifici mensili.
George indugia, è tentato di mercanteggiare sulla cifra richiesta. Rimane pensieroso qualche istante.
Aiuto la sua decisione dicendogli alcune parole.
- Certo, si potrebbe scrivere un bel libro su questa storia. Dal debito non pagato al bombardamento dell’Abbazia di Montecassino l’onore della Corona Inglese non ne uscirebbe bene.
Credo che la parola onore abbia riscontrato un certo effetto su George, o forse il fatto di avere portato a termine la sua missione con successo e senza complicazioni.
Prende un suo biglietto da visita scrivendoci qualcosa sul retro. Con pochi spiccioli -non suoi- ha risolto il problema che i Windsor si trascinavano da sette secoli.
dove ha fallito il padre, è riuscito il figlio
- Ecco qua. Mi faccia avere i dati necessari.
- E, per me… non hai nulla? - chiede Margaret osservando la copia in pelle del libro di suo padre.
- Questo – porgendoglielo - Neppure questo è gratis.
- Dimmi - fa Margaret.
- A Pascelupo, sulla piazza, c’è una signora. Si chiama Onelia Morelli. Ha bisogno di aiuto per i suoi gatti randagi.
- Ci penso io, non è un problema.
Mentre ci salutiamo, sul piazzale antistante la casa, dico a George -Ora la Sora Elisabetta può dormire sogni tranquilli.
- Dio salvi la Regina! - risponde sfiorando il cofano della mia Regina.
- Non c’è bisogno di scomodare Dio, George: già ci ha pensato Michele ad allungarle la vita.
Mi segue con sguardo perplesso mentre salgo in auto e faccio ruggire gli otto cilindri del motore girando la chiave di accensione.
Quando mi avvicino a Gubbio scorgo l’insegna del “Bar della Contessa”. Mi fermo per un altro buon caffè e a sostituire le Nazionali Esportazione e i cerini con qualcosa di più attuale.
Mentre attraverso Gubbio, diretto verso il “Motel dei Ceri”, mi si fa duro.
Silicone o non silicone, stanotte la massacro.

BERETTA osserva preoccupato le mosse di Colosso OSCAR

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