giovedì 6 febbraio 2014

IL SOLARIUM LETTERARIO




11
UNA TRANQUILLA DOMENICA DI SANGUE
(alla Colonia felina di Montelepre)




Siamo d’accordo di proseguire la lettura nel pomeriggio, in attesa dell’arrivo del Capo con i vettovagliamenti, ma non trovo più il manoscritto misterioso di ignoto autore.
???
Eppure l’avevo messo sotto la mia cuccia di polistirolo!
Cerca che ti ricerca mi accorgo che lo tiene in mano PALLUCCHINO, il Professore della Colonia, e con una matita ci sta scrivendo qualcosa.
“Cosa fai?” gli chiedo.
“Alcune correzioni: manca qualche virgola e ho messo pure dei consigli a margine per rendere più fluida la lettura.”
“Ti sembra il caso di fare modifiche?”
“Perché no? Il manoscritto ci è stato dato col chiaro intento di valutarlo. Alla fine della lettura scriverò pure un giudizio globale.”
“Mah… Ora dammelo che gli altri  stanno aspettando la lettura dell’11° capitolo.”

CAPITOLO 11

-Passano i giorni e la vita scorre tranquilla. Il Capo si è accordato con l’impresario sulla cifra da sborsare per la nuova conduttura fognaria e i tempi di realizzazione.
“Poi”, sottolinea, “voglio che la fossa venga riempita di calcestruzzo per evitare pericoli.”
“Naturalmente!” replica l’impresario. “Costerà qualcosina in più…”
“Quanto in più?”
“Una botte di calcestruzzo, un braccio telescopico per la gettata e la relazione tecnica.”
“E la fossa rimarrà sepolta piena di calcestruzzo?”
“Certo! Chi vuole che la sposti?”
“Ok.”
“Tra dieci giorni, appena avuta la licenza per i lavori, cominceremo. In una settimana dovremmo finire.”
“Benissimo.”
Nel pomeriggio il commissario, anzi ex commissario, Mezzetti si affaccia di nuovo in Colonia per portare crocchette e qualche nuova notizia.
“Ha saputo, Silvio?”
“Cosa?”
“Della sparatoria alla stazione di Roma.”
“Ho sentito qualcosa al telegiornale.”
“Le due bande di narcotrafficanti si stanno regolando i conti tra loro: ognuna è sicura che l’altra l’abbia fregata e si sia tenuti soldi e droga.”
“Ma và! E la Polizia cosa fa?”
“Nulla! Ma lasciamo perdere… ” commenta serafico. “Eppure io sono convinto che droga e soldi se li siano presi qualcun altro.”
“Per farci cosa?”
“Cosa farebbe lei con una valigia di soldi?”
“La bella vita”, risponde il Capo. “Ma la valigia di droga?”
“Si rivende”, commenta Mazzetti.
“Sì! Per fare la fine di quei quattro.”
“Dia retta a me: le cose non sono poi così complicate.”
“Cioè?”
“Qualcuno era al corrente dello scambio. Ha manovrato il tutto per far si che si sparassero tra loro e rubargli soldi e merce.”
“Chi?”
“Qualche nuova gang emergente. Di qui o di Roma. Quello è un mercato che non perdona.”
“Ma…”
“Non è convinto?”
“Non lo so e non mi riguarda. Comunque terrei sempre d’occhio i frati. Hanno dimostrato di essere più loschi delle sue gang.”
“Lo hanno già fatto per noi.”
“Non capisco.”
“Un nostro fidato informatore ha riferito che il piccoletto è stato avvicinato da un emissario degli usurai promettendo la remissione dei debiti di gioco e degli interessi maturati in cambio della droga sparita.”
“Ha accettato?”
“No. Ha riferito che è sembrato sincero e i malavitosi sono convinti non sappia nulla di quella merce. Un altro avrebbe colto al volo l’occasione. Si sarebbe liberato degli ingombranti pacchi e avrebbe rimesso a posto la sua precaria situazione.”
“Mmm…”
“L’altro ieri il Padre Vicario ha pagato un secondo acconto per sistemare le cose. Altri centomila Euro.”
“Ma dove li trovano tutti ‘sti soldi?”
“Le vie del Signore sono infinite. Sembra sia intervenuto un facoltoso fedele desideroso di aiutare il Padre Vicario nei suoi problemi e avere l’appalto per la costruzione della nuova chiesa dei Santi Apostoli.”
“Non si chiama corruzione?”
“Affari loro. Lei è troppo prevenuto nei loro confronti.”
“Sarà perché ho imparato a conoscerli.”
“Va bene. Torno a trovarla la prossima settimana che mia moglie deve dare una ripulita ad un armadio e un paio di coperte per le cucce ci possono scappare.”
“Ottimo! Loro sono i veri bisognosi.”
“Bene!” commenta Flash. “E’ ora che Silvio la smetta di parlare male dei frati. La tregua che abbiamo raggiunto anni fa è pur sempre una tregua. Se dovesse di nuovo scoppiare la guerra dovremmo sfollare tutti a casa sua.”
-Altri trenta gatti qua? chiede, scandalizzata, Oliva.
-Era solo un’ipotesi, le rispondo. Allora la Colonia non era in grado di sopportare una nuova guerra contro i frati.
Vedo molti volti felini sollevati dalla notizia.
-Dopo pochi giorni iniziano i lavori di scavo qua e a casa dei vicini. La vecchia rimessa dei cani da caccia viene svuotata della legna e demolita. I due scavi si riuniscono in un piccolo collettore ed iniziano i lavori per l’allaccio alla conduttura comunale.
“Appena saremo allacciati alla rete fognaria faremo il bypass della fossa biologica”, illustra l’impresario.
Silvio segue distrattamente le ulteriori spiegazioni: oramai si sente sicuro e tranquillo.
Io comincio a rompermi le palle di fare su e giù da casa alla Colonia e viceversa. Oramai il Capo ha risolto i suoi problemi, è tornato calmo e sereno come era una volta. Ha ripreso ad occuparsi di noi con slancio ed entusiasmo. Ha pure terminato i lavori di recinzione della Colonia. In un raro impeto di bontà umana ha graziato Odoacre dalle sue barbare scorribande notturne: niente rete alta a maglie strette, può continuare a depredare con i suoi invitati le nostre crocchette e rubare indisturbato tutto quello che può passare tra la rete elettrosaldata. Impeto di bontà e perdono che non concede ai frati del convento.
E’ tempo di prendere una decisione: rimango qua o torno a fare il Generale in Colonia?
Decido per rimanere qua, tra i lussi di Casa Carpaneta. Oramai la mia età e gli anni trascorsi da randagio in Colonia cominciano a sentirsi ed è giusto sgravarsi dalle responsabilità. In poche parole, come il commissario Mezzetti, vorrei andare in pensione, ma c’è ancora un grosso problema da risolvere, anzi due: i cani inselvatichiti.
Poi devo assumermi anche la responsabilità di nominare un successore come capo colonia.
Due vice già ci sono, ma sono due. Ho paura che nominandoli entrambi capi si crei una frattura nella tradizionale scala gerarchica che regola tutte le colonie feline del pianeta. Ma, nominandone solo uno creerei un capo e uno scontento. Nominandone un terzo, al di fuori dei due vice, creerei due scontenti. La questione è delicata. Decido di accantonare l’idea del pensionamento, almeno fino a quando i cani saranno catturati, o scomparsi da Montelepre e il problema della successione discusso con gli altri randagi della Colonia. Continuo a fare il pendolare.
Una mattina che il Capo, obtorto collo, deve andare al lavoro decido di fare una salutare passeggiata alla Colonia.
E’ qui che ricevo un’allarmante notizia da Orfeo.
“Generale, ha riferito Odoacre che i due cani sono di nuovo nei paraggi. Li ha avvistati nel campo sotto la casa del contadino.”
“Bisognerà piazzare un paio di sentinelle pure laggiù”, replico.
“Generale, oramai qua siamo tutti di sentinella. Non si dorme più e alcuni cominciano a dare segni di cedimento. Non vorrei che qualcuno si addormentasse al posto di guardia con il risultato di dover fronteggiare una nuova incursione.”
“Siamo alla frutta…” commento.
“Signorsì, Generale!. Gli organici sono troppo scarsi: non possiamo pattugliare tutta Montelepre.”
“Bisogna studiare una soluzione, velocemente. Manda a chiamare Archimede e Littorina.”
Ci vuole un’ora per scovare Archimede che era andato a dormire nel vecchio porcile dentro al convento. Quando sono presenti gli illustro la situazione.
“Non possiamo fare di più”, concorda Littorina.
“Bisognerebbe chiedere aiuto a qualcuno”, il consiglio di Archimede.
“A chi?” domando.
“La notte a Montelepre”, risponde Flash alle mie spalle, sbucato dal nulla, “è popolata di mille animali notturni in cerca di cibo. E’ pure difficile che la notte i due cani siano in movimento.”
“Spiegati meglio”, lo invito.
“Semplice: se si riuscisse a far trovare facilmente del cibo alle varie volpi,tassi, istrici, ricci, faine, ghiri, cinghiali, gufi e civette gli stessi potrebbero fare la guardia alla colonia e voi dormire tranquilli, almeno la notte.”
“Cibo?” domanda Orfeo. “E come glielo troviamo?”
Un sorriso furbo solca il muso di Flash.
“Odoacre e i suoi amici vengono spesso qua la notte”, continua. “Se venissero anche altri animali il controllo sarebbe assicurato.”
“Troppo pericoloso”, ammonisco. “Tra poche settimane cominceranno ad abbandonare qua le solite cucciolate di gattini. Se facciamo arrivare volpi e faine sarebbero in grave pericolo. Anche i cinghiali, poi… sono troppo grossi per passare tra le maglie della recinzione: rischierebbero di danneggiarla seriamente. I tassi, invece, sono poco socievoli: potrebbero nascere dei conflitti.”
“Rimangono ricci, ghiri, gufi e civette”, osserva il certosino.
“Parliamone con Odoacre”, propone Archimede.
La notte rimango in Colonia, dopo tanto tempo passato a Casa Carpaneta è difficile riabituarsi ai rumori notturni del bosco, al russare di Orfeo amplificato dal dormire dentro la sua cuccia: un cubo di polistirolo. Un rumore mi fa sobbalzare: qualcuno sta spostando la grossa ciotola di ceramica posta sotto al tavolo. E’ Odoacre, in compagnia della sua famiglia.
“Odoacre!” lo chiamo.
Appena mi sente si gonfia drizzando gli aculei posti sopra la schiena. Il suo piccolo fugge via protetto dalla mamma.
“Non aver paura: sono Tazza”, lo rassicuro.
Odoacre abbassa gli aculei ma rimane guardingo.
“Mangiate pure con comodo”, replico, “poi dobbiamo fare due chiacchiere.”
Il piccolo e sua madre si riavvicinano, richiamati da alcuni strani versi di Odoacre. Insieme banchettano a base di crocchette, dopo aver spostato, come al solito, la pesante ciotola in mezzo allo spiazzo della casetta.
Quando hanno terminato comincio a parlare.
“L’umano che ci accudisce ha intenzione di alzare una nuova recinzione. Più alta e a maglie strette.”
“Perché?” domanda l’istrice.
“I cani. Ha paura che tornino e uccidano di nuovo.”
“Fa bene, allora!”
“Significa che tu, la tua famiglia e i tuoi amici non potrete più entrare a mangiare le nostre crocchette.”
“Oh, cazzo!” il suo commento (quasi umano).
“Ma ho una proposta da farti”, proseguo. “Se tu e gli altri animali notturni ci date una mano nel controllo del territorio io posso convincere il Capo a rinunciare alla nuova recinzione.”
“Dovremmo fare la guardia di notte?” Odoacre si dimostra molto perspicace.
“Esatto: la nostra sicurezza notturna in cambio di cibo sicuro ogni giorno.”
“Non ce la faccio a pattugliare tutta la zona.”
“Fatti aiutare”, lo consiglio.
“Da chi?”
“Amici tuoi: altri istrici, ricci, ghiri, civette e gufi.”
“Ricci e ghiri non ce li vedo bene qui. La gatta rossa è troppo pericolosa”, riferendosi ad Attila, la cacciatrice ufficiale della Colonia.
“Conosco una civetta, Rosalia”, commenta. “Potrebbe collaborare ma devi rimediare del cibo anche per lei.”
“Ci posso provare”, rispondo.
Rimaniamo d’accordo di incontrarci di nuovo la notte successiva per valutare ogni possibilità.
Puntuale la famigliola di roditori si ripresenta a notte fonda per la solita scorpacciata di crocchette.
Terminate le crocchette e lavato accuratamente il piccolo dentro una delle ciotole per l’acqua la signora Concetta e il piccolo Igor tornano alla tana. Odoacre racconta della sua opera di reclutamento di vigilantes.
“Allora: Rosalia, la civetta, viene con un’amica. Telemaco, il pipistrello, viene con i suoi fratelli e mio cugino Gregorio porta i suoi compagni di merende. In tutto saremo una decina a pattugliare la zona. Ci darà una mano pure Pippo, il gufo.”
“Ottimo.”
“Ma c’è un problema…”
“Cioè?”
“Cibo: ci vuole cibo in abbondanza. Inoltre Gregorio beve birra.”
“Birra? E dove la trova?”
“Lui ha la tana vicino all’isola ecologica giù ai piedi della collina. Nelle bottiglie e nelle lattine da riciclare rimedia sempre un paio di bicchieri di bevanda. Le civette, invece, gradirebbero i vostri bocconcini di carne: pollo e tacchino, possibilmente. Per i pipistrelli ci vorrebbero degli insetti. Pippo non ha problemi: mangia quello che trova.”
“Birra? Insetti? Ma dove la trovo questa roba?”
“Organizzati: nulla è gratis.”
La mattina riunione straordinaria dei randagi alla Colonia.
“Birra: so dove procurarla”, rassicura Bartolomeo, gatto faccendiere onnipotente.
“E gli insetti?” interviene Frittella.
“Il ristorante cinese è troppo distante”, commenta Peroni, uno degli ultimi abbandonati che si dà arie da viveur.
Littorina mi suggerisce in un orecchio la possibile soluzione.
“Bisogna pure accantonare un piatto di bocconcini al pollo e tacchino, ogni giorno, per le civette”, aggiungo.
Dagli sguardi dei colleghi capisco che questa è una dolorosa rinuncia.
“Forza ragazzi! Datevi da fare: da stasera si potrà dormire tranquilli!” li incito.

PALLUCCHINO - Il Professore della Colonia

mercoledì 5 febbraio 2014

PRANZO DI LAVORO





DIARIO DI BORDO





Me lo dice così, con nonchalance, quasi sussurrando: “Domani capita giù alla Reggia all’ora di pranzo, dobbiamo parlare.”
Non so se preoccuparmi o meno, ho la coscienza a posto, ma una frase così, detta tra i denti in maniera che gli altri non sentano, mi allarma. C’è qualcosa che devo sapere e gli altri devono ignorare.
Sicuramente un grosso problema per la Colonia visto che gli abitanti del convento sono tornati alla carica per sfrattarci anche dalla nostra casetta nel bosco. Forse ha studiato una strategia per respingere gli attacchi degli infami, che si rimangiano la parola data, e ne vuole discutere solo con me, senza sentire altri pareri. Forse vuole annunciarmi che si prepara una nuova stagione di lacrime e sangue e il nostro futuro a Monte Malbe è incerto. Forse…
“Forse sarebbe il caso che non venissi solo, anzi, porta qualcuno con te!” prosegue il Capo, rassicurandomi “Ma non venite in trenta! Tre, quattro, scegli tu chi ti deve accompagnare. Tanto la faccenda riguarda tutti voi.”
Torno subito a preoccuparmi, e di brutto. Siamo alla resa dei conti: dobbiamo prepararci ad un altro esodo di massa, chissà dove, stavolta.
“A proposito… ” continua “si mangia leggero e si beve poco o nulla.”
No, non può essere quello che penso! Il Capo è troppo tranquillo. E’ qualcosa di importante, ma non di vitale rilevanza.
Alla mezza siamo davanti al monumentale cancello della Reggia, YARIS ci apre e fa gli onori di casa mormorando: “Beati voi… ”
Continuo a non capire il motivo di questo insolito invito, ma anche le parole di YARIS servono a tranquillizzarmi.
Ho portato con me LIRA, la Segretaria della Colonia; PALLUCCHINO, il Professore della Colonia, GINGER, la piccoletta, per farle far visita alla sorellina BITTER e PERONI, Il Ritardato della Colonia, solo perché si è messo a piangere quando ha saputo che non era tra i prescelti.
Prima di accomodarci in sala da pranzo facciamo una breve sosta al cimitero della Reggia, dove sono sepolti molti nostri ex colleghi. Sulla tomba dello sfortunato BIAGIO lascio la sua pigna preferita per giocare; me l’ha data sua madre TARANTOLA, che non se l’è sentita di venire.
Dopo una decina di minuti ci accomodiamo nel salone insieme ad alcuni colleghi della Reggia: CANNIBALE, il Capocomunità, PERICLE, l’Informatico della Reggia, SERPOTTO, l’Avvocato della Reggia e ETTORE, l’Addetto alle Pubbliche Relazioni della Reggia.
La Signora comincia a portare in tavola due fiamminghe con i primi e a servirli sui piatti di ceramica del servizio buono.
Rimango meravigliato e ancora più perplesso.
“Allora… ” fa per iniziare il discorso ETTORE, ma viene subito stoppato dal Capo.
“Prima si mangia, poi si parla di lavoro.”
Lavoro? Ma cosa gli è saltato in mente? Lavoro?! Noi?!
Mi si chiude subito lo stomaco, ma quando vedo gli altri divorare i tortellini al sugo di carne si riapre.
Il Capo comincia a stappare bottiglie di bianco, tenuto in fresco, mentre PERONI si versa frequentemente il rosso già scaraffato. Arrivano anche i secondi: pollo arrosto e trote salmonate al cartoccio, per chi preferisce il pesce. Di contorno purè di patate, insalata (che nessuno onora) e alla fine la Signora porta anche un vassoio con dei piccioni ripieni.
Sono prossimo al collasso alimentare quando vengono servite delle ciotole con il dolce: meringata alla panna.
Tutti tacciono, per rispettare l’ordine del Capo, e perché è maleducazione parlare con la bocca piena.
Dopo il caffè e la relativa sigaretta il Capo fa l’esordio:
“Dobbiamo implementare il blog.”
Con i gatti della Colonia ci scambiamo degli allarmati sguardi; PALLUCCHINO comprende ed interviene:
“Cioè, perfezionare il blog secondo un certo progetto?”
“Esatto!” risponde il Capo “Ho in mente di sfruttarlo in sinergia di un eventuale azione legale se la faccenda su in Colonia dovesse farsi preoccupante.”
Altri sguardi smarriti ed altro intervento di PALLUCCHINO: “Fare agire insieme blog ed eventuale azione legale?”
“Sicuro!” stavolta è SERPOTTO.
“Vorrei fare del blog un eventuale arma mediatica” prosegue il Capo
“Forse è il caso che smetta di andare alle riunioni della sua azienda” critica sottovoce PERONI guadagnandosi un’occhiataccia da LIRA.
“Ci ho studiato sopra” interviene PERICL, “ma non ho dati sufficienti a sciogliere alcuni dubbi.”
“Che dubbi?” domando.
“Un terzo delle visite viene dagli Stati Uniti e abbiamo “clienti fissi” in Germania e in Inghilterra e qualche visita saltuaria da Serbia, Brasile, Svezia, Ucraina e Corea del Sud. Non ne capisco il motivo.”
“Beh, in Corea siamo un piatto nazionale… ” ancora PERONI.
Stavolta l’ “Imbecille!” che gli rivolge LIRA non è sussurrato.
“Cosa dovremmo fare, secondo voi?” il Capo viene al dunque.
“Aumentare il pubblico” serafico PERONI.
“Bella scoperta!” ribatte CANNIBALE. “Ma come?”
PERONI, che oltre ad essere ritardato è pure, notoriamente, in ritardo su tutto, finisce di spiluccare l’aluccia di pollo e allunga le zampe su un piccione ripieno.
“Semplice!” risponde. “Fate un sondaggio. Chiedete al pubblico cosa gli piace e cosa no, ogni quanto visita il blog e cosa vorrebbe vedere pubblicato.”
Rimaniamo tutti a bocca aperta mentre PERONI continua a massacrare il povero piccione.
“Per esempio... ” biascica con la bocca piena “secondo voi, col piccione ripieno è più indicato il Rubesco o il Decugnano rosso?”

ETTORE - l'Addetto alle P.R. della Reggia

martedì 4 febbraio 2014

lunedì 3 febbraio 2014

STORIA DELLA COLONIA





9 - LA NUOVA CASA




Si cominciano i grandi lavori per la sistemazione dei locali della Colonia.
Appena aperta la porta, da anni chiusa e saldata, degli ex bagni esterni al convento il Capo si mette le mani nei capelli e con tre parole riassume lo sfacelo che vede.
“Cazzo, che troiaio!”
Non posso dargli torto.
A terra c’è di tutto: intonaco, polvere, foglie, bottiglie di birra, siringhe usate, un lercio e ammuffito materasso, dei cesti di vimini marciti, ciotole annerite dalla muffa e dalle incrostazioni, coperte ridotte a brandelli e… diversi resti di gatti che si sono addormentati là dentro per l’ultima volta.
“Qui ci vuole un lanciafiamme!” commenta. Poi cambia la serratura della porta e richiude tutto, finestre rotte comprese con delle assi di legno.
“Fino a nuovo ordine nessuno deve entrare qua dentro!” ci intima.
Non è un problema: è settembre ed ancora fa caldo.
Per una settimana lo vedo lavorare e smadonnare dentro quei locali. Riempie una decina di sacchi di immondizia e porta via tutti i rifiuti ingombranti. Raccoglie i resti degli sconosciuti colleghi in un sacchetto a parte e comincia la bonifica dei locali con ettolitri di candeggina.
Per una settimana neppure lui può entrare dentro tanto forte è la puzza del cloro che fa bruciare pure gli occhi. Lo controllo, tenendogli compagnia, dal muretto davanti alla porta dei locali. Tra un moccolo e un’imprecazione mi rivolge spesso la parola e, pian piano, comincio a comprendere quello che dice e ad instaurarci un singolare dialogo.
Dialogo che evolve quando è arrivato il momento di arredare i locali ripuliti e disinfettati.
Arriva una mattina con una montagna di bancali che comincia a sistemare nei due locali piccoli, quelli con le finestrelle. Mi dice che il terzo locale, un budello lungo e buio, senza finestre, lo terrà chiuso e sarà adibito a magazzino. Il pomeriggio arriva la ragazza magra che, ogni tanto, ci porta da mangiare con dei cubi di polistirolo da adibire a cucce. E’ uno dei rari momenti che si incontrano: tra lei e il Capo non corre buon sangue e, finora, ogni incontro era terminato con un litigio per le cose più banali, ma che riguardavano noi.
Naturalmente anche quel pomeriggio c’è stata una piccola incomprensione e alla gentile richiesta del Capo: “Per favore, non cominciare a rompermi i coglioni…” è seguito il solito litigio.
Ma alle 19 il nostro appartamento era pronto e arredato!
Un po’ spartano, forse troppo, diciamo minimalista essenziale: 5 bancali (poco usati), 8 cubi-cuccia di polistirolo (praticamente nuovi) ognuno con una fresca e linda coperta all’interno, un cesto di vimini (riciclato dal Natale precedente) con un morbido cuscino appoggiato, 2 ciotole inox per l’acqua, 2 sottovasi (nuovi!) per le crocchette, una scopa con il raccogli-schifezze e il secchio con il mocio. Ultimo tocco d’autore una lunga asse di legno per poter uscire da una finestrella senza dover spiccare balzi.
“Questa è per SMERALDONE”, mi dice mentre la appoggia alla finestrella. “Comincia ad essere vecchio e sempre più malconcio, ho paura che non ce la faccia ad uscire saltando.”
In effetti il Capocolonia apprezzò molto quel piccolo accorgimento.
Anche noi apprezziamo la nostra nuova casa: la prima notte si scatena subito una rissa per chi deve dormire nel cestino col cuscino. Tutti vogliono stare là. SMERALDONE, a cui spetta l’onore di scegliere per primo la cuccia, preferisce uno dei cubi di polistirolo: quello più appartato. Finisce che il cestino diviene la cuccia di BERENICE, la gatta più anziana insieme alla sorella MICIA che, però, continua a dormire nel suo rifugio segreto, lontano dalla Colonia.
PACCOLINO, SMERALDINA e ALALA’ si accomodano, tutti insieme, dentro un altro cubo.
La ROSINA grugnisce qualcosa e se ne torna alla sua solita tana, mentre VOLPINO è latitante da giorni: teme di venire catturato e sterilizzato.
La BOMBONA manco dice “Buonanotte!”: si accomoda dentro un cubo e comincia subito a russare.
Scelgo il cubo più vicino ad una delle due uscite ma non mi ci accomodo dentro, ci dormo sopra: qualcuno deve pur rimanere vigile e controllare la situazione.
“9 cucce di cui solo 5 occupate: che spreco…” penso prima di assopirmi.

Non potevo immaginare quello che sarebbe successo nel tempo.


La ROSINA alla Colonia Vecchia - maggio 2009 -

domenica 2 febbraio 2014

I SOLITI IGNOTI





LA CUCCIA DEL CAPO





Oltre al titolo di un vecchio e famoso film è anche un’espressione vista quasi sempre in termini negativi.
Ma non a Monte Malbe, dove tutto gira al contrario: i gatti randagi, invece di essere magri e rognosi, sono paffuti e con il pelo lucido; Perugia e la piana annegano nella nebbia e la casetta della Colonia è baciata dal sole; quelli che dovrebbero essere i buoni sono invece i cattivi e tanti altri esempi.
I Soliti Ignoti di Monte Malbe, in questo caso, sono gli anonimi benefattori che spesso lasciano viveri e materiali di consumo nel cesto porta-tutto della Colonia.
Qualcuno ne ho identificato, solo perché mi trovavo coi gatti quando ha consegnato il pacco dono. E da allora riconosco ogni loro venuta. Sì! perché gli Anonimi Soci Sostenitori della Colonia Felina Protetta di Monte Malbe (Convento) sono degli abitudinari incalliti!
C’è il pensionato che ogni 20 del mese porta un sacchetto di bustine Kitekat, la signora che ogni domenica mattina lascia sei barattoli di paté LeChat (al pesce), un’altra giovane signora che, ogni due settimane consegna una decina di barattoli di bocconcini PAM, quello che lascia la busta di crocchette Friskies e altri ancora.
Una ventina di giorni fa ho fatto la figura del perfetto maleducato. In Colonia ho trovato l’ormai noto sacco di crocchette Trainer da 12 kg, una catasta di vaschette grandi di plastica che uso come contenitori per l’acqua e un pacco di sacchi per la spazzatura del Comune di Perugia (vuoti!). Non solo: a lato c’erano anche un bustone con una decina di copertine di pile (nuove!), due cassettine per la lettiera (nuove anche queste) e un cartone di Gourmet da 190 gr.
Sono rimasto interdetto; conosco la signora che porta il sacco magnum delle crocchette, le ciotole e i sacchi per la spazzatura, ma non aveva mai portato le copertine, le cassettine e il Gourmet.
Decido di farle una telefonata per ringraziarla e sapere se anche gli altri doni fossero opera sua.
Vado alla ricerca del suo numero nella rubrica del telefonino e… non c’è più!
Cerco sotto tutte le possibili voci dove potrei averlo archiviato, ma niente.
Eppure un mese fa l’avevo chiamata per ringraziarla!
Cerco ancora tra la rubrica, poi ho il colpo di fulmine: le chiamate in uscita!
Le scansiono tutte, dal 1 novembre a quel giorno: nulla.
Mi sorge un pesante sospetto. Verifico. Qualche giorno prima avevo dato una ripulita ai numerosi numeri telefonici di un cliente che cambia telefonino, gestore e numero privato più spesso delle mutande. Non è una mania: è l’unico modo che ha per “difendersi” dai creditori, me compreso. I numeri del vigliacco ci sono tutti, o quasi.
Cazzo! Per errore ho cancellato il numero della signora che, naturalmente, non ha il telefono fisso a casa.
Stamattina sono riuscito a rimediare la figuraccia: mi ha chiamato lei.
Dopo le scuse e l’atto di pentimento (accettati) è venuta al dunque.
“Ho visto una gattina piccola piccola, bianca e nera, che mi sembrava non stesse bene. Come sta?”
Si riferisce alla piccola BITTER. Le spiego della visita dai veterinari e dell’infausto responso.
“L’ho chiamata perché ci ho pensato tanto su e avrei deciso di adottarla”, ha replicato.
Ho dovuto spiegarle che la piccola non è in grado di subire un altro stress da trasferimento e che è meglio se rimane a casa mia dove ha trovato già il suo nuovo equilibrio.
Ho scoperto che negare un’adozione a una persona idonea è una cosa dolorosa ma, alla fine, la signora ha compreso la situazione e credo di non essermi giocato un prezioso aiuto per i mici della Colonia.
Già che c’ero l’ho ringraziata anche per le copertine e il Gourmet.
“Non le ho portate io!” ha risposto “Erano già là quando ho lasciato le crocchette.”
Ho scoperto l’esistenza di un altro Solito Ignoto.
Oggi pomeriggio in Colonia, finita la distribuzione del cibo, ho fatto il solito controllo dentro le cucce interne ed esterne per verificare la presenza di qualche ammalato estraneo e dentro al cesto porta-tutto ho trovato un bustone di carta con una quindicina di barattoli Gran Bontà e Naturapet da 800 gr.
Nessuno ha mai portato Gran Bontà e Naturapet (che neppure conoscevo):

i Soliti Ignoti hanno colpito ancora!

TARANTOLA di guardia al cesto porta tutto

sabato 1 febbraio 2014

GLI ADOTTATI - TURCHESE

TURCHESE

- Abbandonato alla Colonia Vecchia a luglio 2008
- Adottato a ottobre 2008 da Danilo di Perugia
- Deceduto per malattia a marzo 2010

TURCHESE alla Colonia Vecchia - settembre 2008