domenica 5 gennaio 2014

LA GATTA DELL'ANNO





LA GATTA DELL'ANNO





Originariamente questo doveva essere l’articolo che inaugurava la mia rubrica. Poi la comparsa in Colonia della fidanzata di CREMINO, ALICE (quella strega!), ha sconvolto il palinsesto.
Volevo iniziare con il tributo alla CICI.
Una gatta della Reggia, anche se le anziane raccontano che ha vissuto qualche settimana pure alla Colonia Vecchia.
La Mitica CICI (il nome vero sarebbe Cinesina): l’unica gatta che è riuscita a fregare il Capo partorendogli due micetti in una cuccia del garage-appartamento della Reggia infrangendo un tabù e rimarcando il fatto che i felini, soprattutto se di sesso femminile, sono più scaltri degli umani (soprattutto se di sesso maschile).
Colei che diventando madre a Monte Malbe ha riscattato i sogni di tutte noi, povere e infelici gatte barbaramente sterilizzate in nome del contenimento del randagismo felino.
La piccola CICI non è quello che si può definire una splendida gatta, il Capo stesso la apostrofò, subito dopo accortosi della duplice sorpresa a domicilio: “Piccola, storta, sorda e pure zoccola!”
In effetti la CICI ha avuto un’infanzia travagliata che l’ha segnata, fisicamente e psicologicamente.
Fu abbandonata, insieme ai fratellini RANOCCHIETTO e PANDA, in un campo vicino alla Colonia Vecchia.
Il Capo se li ritrovò un pomeriggio in mezzo alla strada mentre tornava a casa dopo la distribuzione del pasto ai randagi della Colonia alla fine di ottobre 2009.
Erano tre scriccioli denutriti, spaventati, asociali e pieni di pulci. Non solo: erano anche rachitici e beccarono subito un brutto virus che uccise PANDA e debilitò gli altri due.
Malgrado due mesi di cure in gabbia i superstiti non si ammorbidirono e tutt’ora rimangono gatti inafferrabili.
Viste le precarie condizioni di salute della CICI, a cui il morbo ha lasciato anche evidenti problemi respiratori, il Capo volle aspettare tempi migliori per sterilizzarla.
Quando una mattina sentì degli strani versi dentro una cuccia del garage e controllò pensando di trovare il solito topino catturato, e ormai agonizzante, rimase basito davanti alla vista di due microscopici esserini che succhiavano il latte dalla mamma CICI.
GIANO e PIASTRA, i piccoli, possono vantare il raro primato di essere gli unici gatti nati alla Reggia da una sua residente ufficiale, dalla sua costruzione ad oggi. Negli anni ’90 c’era stato un altro caso, ma si trattava del parto di una gatta randagia e selvatica.
La piccola CICI si trovò subito in difficoltà nella gestione dei pargoletti ma fu prontamente aiutata da IRIDE, una micia che ora non c’è più. Era diventata la loro seconda mamma.
Ma la CICI non merita il riconoscimento solo per questa epica impresa. Non ci crederete ma riuscì a fare di meglio e superarsi!
Tra i primi abbandoni alla Colonia Nuova, a maggio 2010, ci fu uno scatolone con quattro microbi pelosi.
Non si poteva lasciarli in Colonia e il Capo se li portò alla Reggia a fare compagnia agli altri due piccoli.
La prima cosa che fecero i nuovi arrivati fu di attaccarsi alle mammelle di “mamma” CICI per continuare a nutrirsi.
In sostanza la piccola, storta, sorda e asmatica CICI allattò e crebbe sei piccoli e, ancora oggi, mantiene un rapporto materno con una delle adottate, ONCIA.
A CICI e a tutte le gatte come lei va la massima ammirazione dei Gatti di Monte Malbe.

P.S. Il Capo ha poi provveduto a giustiziare l’apparato riproduttivo della nostra eroina.

CICI, in primo piano, con l'immancabile figlia adottiva ONCIA

venerdì 3 gennaio 2014

CHEESE! Scatti felini a Monte Malbe

GIGIA - "Buona colazione!"

IL SOLARIUM LETTERARIO




6
UNA TRANQUILLA DOMENICA DI SANGUE
(alla Colonia felina di Montelepre)




“Comincia a piacermi!” commenta il lagnoso ZORRO. “Solo lo avrei arricchito con le descrizioni dei gatti, il loro modo di fare, di pensare, di…”
“E statti zitto un po’!” ripete PRIMULA.
“Ragazzi: vado col sesto capitolo, poi una sosta per il pisolo!”
“Aggiudicato!” TOPAZIO, che quando c’è da dormire non si tira mai indietro.

CAPITOLO 6

-Dopo cena faccio compagnia al Capo sulla sua scrivania. Sta navigando in Internet.
“Guarda, Tazza, sarebbe perfetta per noi!” dice.
Osservo lo schermo del computer. E’ un auto. Un fuoristrada, bello grosso.
“Nuova costa un’eresia, ma usata ha un prezzo abbordabile”, prosegue. “Comunque ancora è presto per far girare troppi soldi. Vedremo l’anno prossimo. Ma non dire nulla a Susy: deve essere una sorpresa.”
Lo guardo perplesso. “Ma come! Hai appena speso un botto, come dici, per riparare l’altra e adesso funziona che è una meraviglia, e ora la vuoi cambiare? Dì pure che ti piacerebbe sputtanare un po’ di quei soldi trovati per strada…”
Poco dopo se ne va a letto a leggere un libro che tiene sopra al comodino. Mi appisolo sul divano.
Me lo ritrovo che gira per casa alle quattro del mattino. Ha lo sguardo stravolto.
“Ho sognato che i cani erano tornati e avevano fatto una strage. Un incubo”, dice mentre si prepara un caffè.
Non torna a dormire. Si siede alla scrivania  e comincia a mettere in ordine dei foglietti.
“Oggi si va a pagare l’assicurazione e il conto del meccanico. Poi altra spesa alimentare per voi… ancora una sorpresa.”
“Bravo!” penso tra me, “Prima chiudi tutti i debiti, poi pensa a chi ha bisogno di te e, se proprio non ne puoi fare a meno, butta via un po’ di quei soldi… volevo vedere se li avevi guadagnati con il sudore…”
Lo seguo nei suoi pellegrinaggi mattutini. Assicurazione, meccanico, supermercato, tabaccheria, poi prende una strada che non conosco e arriva ad un cimitero di periferia. Come scende dall’auto una decina di gatti gli si fanno intorno. Sbarro gli occhi: “E questi… chi sono?”
“Tazza, scendi con me?”
Lo seguo, curioso. Ha in mano il secchio bianco delle crocchette e una busta, grande. Giriamo dietro al muro del cimitero. I gatti sono euforici, gli saltano davanti e in mezzo alle gambe. Li osservo con attenzione: hanno tutti l’orecchia destra spuntata, segno che sono randagi sterilizzati dall’USL e quella è una colonia felina a tutti gli effetti.
“Questo è un tradimento bello e buono…” penso tra me, ma sono contento di vedere che altri colleghi ricevano un aiuto.
Vedo il Capo cominciare ad aprire scatolette e distribuire vassoi di polistirolo a quei mici, che sembrano veramente affamati. Poi riempie una grossa ciotola con le crocchette e la deposita sotto una struttura metallica.
“Così, se dovesse piovere, non si bagnano.” mi spiega.
Aspetta che abbiano finito il cibo. Ripulisce alla meglio i contenitori con l’acqua di una ciotola, che poi cambia, prende le scatolette vuote e saluta i gatti chiamandoli per nome.
“Ciao Clodoveo, Juventina, Nerozza, Codamozza…”
-Hai capito Silvio?! Ha il doppio lavoro! esclama Oliva.
-Veramente, considerando anche noi, sarebbe il terzo… la corregge la Cici, ma va bene così, il mondo è pieno di gatti sfortunati.
-Ce ne torniamo a casa dopo innumerevoli pellegrinaggi. Quello che mi disturba, in queste uscite, è che quando rimango in auto ad aspettare il Capo e mi appisolo sul sedile del passeggero c’è sempre qualche rompicoglioni che mi vede e comincia a picchiare sul finestrino per attirare la mia attenzione. Quattro complimenti, di quelli soliti e melensi, e se ne va, mandando il mio pisolo a puttane.
Lo accompagno anche alla Colonia per la distribuzione pomeridiana del cibo. Ora Silvio è riposato: dopopranzo ha dormito come Vento, che quando lo sterilizzarono all’USL si sbagliarono e gli fecero due volte l’anestesia. Dormì due giorni di filato. Era andato anche in ipotermia e Silvio gli aveva già scavato la fossa nel cimitero degli animaletti di Carpaneta. Per fortuna, poi, è risorto dal letargo chimico e ha cominciato una nuova vita. Più sfortunata della precedente.
-Cioè? chiede Togo, il più piccolo dei cuccioli.
-E’ stato uno dei gatti misteriosamente scomparsi durante la guerra contro il maledetto frate.
Segue un lungo silenzio, come un tacito raccoglimento in memoria dei colleghi caduti durante la crociata anti felini indetta dai frati del convento di Montelepre.
Scaccio i tristi ricordi.
-Il pasto quotidiano dei randagi della Colonia felina protetta di Montelepre è un’altra novità. Appena i gatti si accorgono che, come prima portata, il Capo ha portato tortellini con un sugo leggero di carne succede di nuovo il finimondo. Risse e baruffe per accaparrarsi un piatto tutto per se. La distribuzione è impossibile: Silvio non ce la fa a stare dietro alla voracità di una quarantina di gatti adulti. Saltano di nuovo gli schemi di protezione della Colonia. Flash, presente anche oggi, mi fa cenno di salire sul tetto della casetta a controllare la situazione. Lui piantona il sentiero che scende al rifugio.
E lancia l’allarme: un umano sconosciuto sta scendendo alla Colonia!
I gatti più timidi e paurosi si mettono al riparo, gli impavidi continuano a macinare tortellini. Il Capo capisce che c’è un pericolo in avvicinamento. Prende il dissuasore anti-cani e anti-rompicoglioni, un robusto manico di piccone tagliato alla giusta misura, e si piazza davanti al cancello di ingresso. Poi lo vede, smadonna sottovoce qualcosa, e depone l’arma.
“Buona sera!” dice lo sconosciuto. “E’ lei Silvio?”
“Sì! Ma ora ho da fare.” la risposta scocciata.
“Carabinieri”, replica il visitatore inopportuno, “vorrei scambiare due parole con lei.”
“Per i cani?” domanda.
“Quali cani?”
“Allora mi aspetti fuori dal cancello, per favore. Appena avrò terminato la distribuzione del pasto sarò da lei.”
I fuggiaschi tornano lentamente ai punti cibo per notare che i tortellini si sono volatilizzati. Silvio comincia ad aprire scatolette e accontenta tutti. Scendo dal tetto e faccio cenno a Flash di mangiare con comodo.
“Mi dica”, fa il Capo, terminata l’ erogazione dell’umido delle scatolette.
“Vorrei avere qualche notizia sui locali che prima utilizzava per il ricovero dei gatti.”
“Cioè?”
“E’ ancora in possesso delle chiavi della porta?”
“No. Come ho già spiegato al suo collega della Polizia la chiave l’ho restituita ai frati subito dopo il trasloco.”
“A chi, precisamente?”
“L’ho messa nella cassetta della posta. Chi l’abbia presa non lo so.”
“Perché non l’ha resa personalmente al Priore?”
“Perché è un viscido e mi sta sui coglioni. Non voglio aver nulla da spartire con quella gente.”
“Però, intanto, sta dentro la loro proprietà.”
Il Capo lo guarda di traverso, ha lo sguardo assassino.
“Mi faccia capire”, dice, “lei è qua per le indagini sugli omicidi o per riaprire le ostilità?”
“Quali ostilità?”
Silvio è costretto a riassumere ancora quanto successo in Colonia ai tempi del frate assassino.
Il carabiniere riflette, poi concorda.
“Ha ragione. Mi scusi, ma i gatti non mi stanno simpatici.”
“Neppure a me stanno simpatici frati e carabinieri.”
Torna il gelo tra i due umani.
“Prima ha accennato a dei cani.”
“Vi ho fatto un esposto in merito. I cani randagi che hanno sbranato le pecore hanno ucciso due gatti qua in Colonia. Ha verbalizzato il brigadiere Caccia…”, il Capo non si ricorda.
“Caccialepri”, suggerisce mister simpatia.
“Forse. Sì, mi sembra.”
“Comunque, i frati non le hanno quelle chiavi”, puntualizza ancora.
“Quella chiave. La chiave era una”, ribatte il Capo.
“Di solito ne vendono due insieme alla serratura.”
“Infatti erano due. La seconda l’aveva Lorella, una gattara che veniva a darmi una mano. L’ha persa dopo poco tempo.”
“Bene. Lorella non viene qua?”
“No. Ora si occupa di altre colonie di randagi.”
“Bene. E… dove posso trovare questa Lorella?”
“Alla Stazione di Polizia di Piandell’elcio. Lavora là: è nella Volante.”
“Una collega…” mormora il carabiniere.
“Mi spiega una cosa?” domanda il Capo. “Come mai tutto questo interesse per la chiave degli ex bagni? L’avete visto da soli che la porta si apre con una semplice spinta!”
“Certo. Ma per richiuderla? Come si fa?”
Silvio rimane perplesso mentre capisce di aver fatto un errore quella domenica mattina. Ha richiuso la porta con la chiave.
“Con la chiave”, risponde candido. “Anche se la chiave non la chiude e basta un colpetto per riaprirla.”
“Bravo! Ma per chiuderla? torno a chiedere. La porta non si richiude con la maniglia. E neppure dall’interno. Abbiamo fatto tutte le prove del caso. La porta si richiude solo utilizzando la chiave. Abbiamo fatto delle prove con un passepartout.”
“Significa?”
“Che qualcuno aveva trovato il cadavere negli ex bagni prima di noi e della Polizia.”
“Un complice?”
“Con la chiave?”
“Giusto. Ma non saprei cos’altro dirle.”
Il carabiniere posa gli occhi sulle scarpe di Silvio. Un paio di scarpe basse da trekking. Vissute, estremamente vissute.
“Usa quelle scarpe per venire qui in colonia?”
“Sì. Sempre. A casa le tolgo subito.”
“Perché?”
“A casa ho altri gatti. Potrei trasportare virus e infezioni dalla Colonia a casa e viceversa. Fare da vettore di malattie, insomma. Queste sono le scarpe della Colonia. A casa uso quelle di casa.”
“Di che misura sono?”
“Quarantaquattro. Mezzo numero in più delle altre scarpe. Queste sono da trekking; di solito si usano con pesanti calzettoni che rubano mezza misura.”
“Un quarantatre non lo potrebbe indossare?”
“Con qualche sofferenza. E senza calzettoni pesanti.”
“Grazie. Ci rivedremo…” lo sbirro se ne va.
Prima di tornare qua a casa ne approfitto per fare un cazziatone a Orfeo e alle sentinelle: non deve più succedere che gli incaricati abbandonino il posto di vedetta.
Torniamo a noi. A cena Silvio parla con Susy:
“Ho fatto una cazzata, domenica. Ho richiuso la porta degli ex bagni con la chiave invece di lasciarla accostata. Ora Polizia e Carabinieri stanno cercando chi potrebbe avere quella chiave. Apposta sono venuti a parlare con me. Sicuramente sono un sospettato.”
“Forse sarebbe meglio rendere tutto…” dice timidamente Susy.
“No. Oramai ho negato.”
“Potresti patteggiare.”
“E finire in galera. No! Ho fatto sparire anche la chiave, domani nascondo pure il denaro. Se venissero a fare una perquisizione non troverebbero nulla.”
“E… se venissero stanotte?”
“Speriamo di no.”
Va a finire che per la preoccupazione di una perquisizione notturna da parte delle forze dell’ordine Silvio non dorme un cazzo. Alle una è in piedi, agitatissimo. Si fa un caffè e fuma una sigaretta, poi torna a letto. Ma alle due è ancora in piedi. Altro caffè e altra sigaretta. Torna a letto, ma non riesce a dormire per i troppi caffè. Si rialza e si mette a fare videogiochi al computer. Alle sei è stravolto. Ha due borse sotto gli occhi più grandi di quelle della spesa. Alle sette si alza Susy e lo vede in stato comatoso.
“Non ho dormito un cazzo”, le biascica. “Ho pure finito il caffè.”
Alle otto scende al solito tacito appuntamento con l’amico Danilo, giù al bar del paese. Dopo l’ennesimo caffè, stavolta preso in compagnia, gli dice:
“Ho un problema. Devo nascondere una cosa. Posso contare su di te?”
Danilo è un lettore accanito, di tutto. Ma preferisce di gran lunga i gialli e i thriller.
“Hai ucciso qualcuno e ti devo nascondere l’arma del delitto?” dice scherzando.
“Sii serio!”
“Va bene! Se non mi fai passare guai, però.”
“E’ questo il problema…”
Danilo lo guarda perplesso poi gli dice:
“Sono alcuni giorni che ti vedo strano, oggi più che mai. Hai una faccia che sembra un secolo che non dormi. Quale è il tuo problema?”
“Se te lo dico diventi, automaticamente, complice.”
“Hai fatto una grossa cazzata.”
“Ancora non lo so. E il non saperlo non mi fa dormire.”
“Quanto grossa?”
“Ottocentomila Euro.”
Danilo sgrana gli occhi. La sigaretta accesa gli cade dalle dita. Rimane paralizzato.
“A chi… a chi li devi?” riesce a balbettare.
“Non li devo, li ho. E non sono miei.”
Danilo prende il Capo sottobraccio e lo trascina di nuovo dentro al bar. Gli fa prendere ancora un altro caffè, poi lo porta in fondo al parcheggio e lo fa sedere su un muretto. Gli accende una sigaretta e lo invita a spiegarsi meglio.
Silvio gli racconta tutto, ma proprio tutto.
“Un bel cazzo di lavoro”, il commento di Danilo.
“Allora, ci stai?”
“Beh, considerando che oramai sono complice perché non ti tradirei e che negli ultimi sei mesi ho fatto solo due consulenze per il totale di ottocento Euro su cui devo pure pagare le tasse…”
“Una bella fetta è per te”, conclude il Capo.
“Accetto”, la pronta decisione dell’amico.
Si accordano su come utilizzare in maniera oculata, senza dare nell’occhio, il denaro e sul fatto di rendere partecipe o meno Flora, la moglie di Danilo.
Decidono per il coinvolgimento; Flora non è stupida, noterebbe subito se ci fosse qualcosa di strano nel comportamento di Danilo. Poi un segreto pesa di meno se si può dividere con qualcuno.
Danilo viene qua, a casa, con noi. Carica in auto il trolley mentre il Capo spiega a Susy la nuova situazione.
“Ogni giorno porterà i soldi che ci occorrono e me li darà quando ci incontriamo la mattina.”
“Non hai paura che…”
“Tranquilla, mi fido. Oramai è complice e ha duecentomila euro a disposizione. Sarebbe un pazzo a dare un calcio a tutto per rischiare la galera.”
“Prende anche la droga?” chiede Susy.
“A quello non ci ho pensato. Ma no… la droga è al sicuro. Tra qualche mese la faccio sparire un po’ per volta dentro i cassonetti della spazzatura.”
Danilo nasconde il trolley dietro al sedile del suo pick-up e chiede un caffè.
“Te lo faccio subito. Anche per te Silvio.”
“Ma non era finito?” chiede il Capo.
“Ho fatto scorte l’altro ieri. Ce n’è per una mesata abbondante. Neppure oggi lavori, Silvio?”
“No. Non mi reggo in piedi. Prendo il caffè e vado a dormire.”
Ma le chiacchiere, qualche telefonata dei clienti che lo reclamano e un paio di lavoretti spiccioli da fare in casa non gli consentono di placare la fame di sonno. Solo dopo pranzo riesce a buttarsi sopra il letto e russare come una betoniera fino alle 16.

ORFEO - Il Custode della Colonia



giovedì 2 gennaio 2014

BUON ANNO DAGLI ADOTTATI DEL 2013!

BUON ANNO DAI FRATELLINI ADOTTATI!


BLOB
MACCHIA (ex FRANZ FERDINAND)


STORIA DELLA COLONIA




6 - IL PESO DEL MORTAIO





Passa un lungo e duro inverno. Con la pioggia, il vento, il freddo e la neve sono sempre sopra alla quercia di vedetta. Questo mortaio non si riesce ad ammollare!
Vengono comunque abbandonati nuovi gatti alla Colonia, ma nessuno si ferma. Stanno un giorno, due, in disparte, senza socializzare poi decidono di andare a cercare fortuna da qualche altra parte.
Solo una gatta bianca e nera rimane, ma non si aggrega a noi. Di giorno vive solitaria nel campo sotto la Colonia, solo di notte viene a mangiare le crocchette avanzate. Come altri gatti abbandonati nel tempo e diventati semi selvatici.
Ricevo una settimana di cassa mutua: il Capo mi fa sterilizzare. Accompagnandomi all’ASL mi rassicura: “Vedrai, sarà un grosso  pensiero in meno e una bella assicurazione sulla vita.”
A gennaio 2006 mi ritrovo randagio, senza palle e con un “mortaio” sulla schiena.
A primavera inoltrata arriva una cucciolata di tre gattini. Piccoli, forse troppo per rimanere in Colonia, ma il Capo non può accollarseli e devono, necessariamente, crescere nel giardinetto attentamente sorvegliati da ALALA’ e SMERALDINA.
Purtroppo sono troppo piccoli anche per  “portare il mortaio”.
Il Capo li battezza INTREPIDO, il maschietto, e ALICE e ELETTRA le due femminucce tricolore. Passano le giornate a rincorrersi tra l’erba e giocare con delle palline di carta che il Capo ha appeso ai rami bassi del prugno selvatico.
Ogni mattina riceviamo una visita: il Priore del convento che viene a controllare la situazione di pulizia del piccolo parco con dei giochi preistorici. E’ un tipo strano. Burbero e di poche parole, SMERALDONE dice che è l’unico umano a cui i gatti sono indifferenti: di solito si amano o si odiano.
Una mattina sente dei rumori provenire dal giardinetto e si affaccia a controllare. Vede i tre gattini che stanno giocando con una busta di carta buttata là da qualche sozzo umano. Rimane alcuni minuti ad osservarli, poi se ne va. Per diversi giorni si ripete la scena. Il Priore controlla, poi si mette ad osservare i micetti che giocano tra loro.
Finalmente arriva una nuova recluta!
Non è proprio una novità. E’ uno dei gatti abbandonati durante l’inverno che ha deciso di aggregarsi alla Colonia pur rimanendo di carattere schivo con tutti gli umani.
Viene battezzato VOLPINO. Come segno di riconoscimento ha un mozzicone ritorto al posto della coda, segno di qualche incidente con auto o cane feroce.
Gli cedo ben volentieri il mortaio e passo a sostituire SMERALDONE alla sicurezza della Colonia.
SMERALDONE comincia ad accusare il peso degli anni. E’ meno pimpante e passa intere giornate alla fontanella a leccare le gocce di acqua che scendono dal rubinetto. Si è anche dimagrito, credo sia il sintomo di qualche brutta malattia.
Una mattina, mentre torno da un giro di pattugliamento nel bosco, sento del trambusto in Colonia.
SMERALDONE e VOLPINO stanno discutendo animatamente tra loro.
Ma la cosa che più mi colpisce è l’assenza dei tre piccoli e di ALALA’ e SMERALDINA.

VOLPINO - Il nuovo portatore del mortaio

mercoledì 1 gennaio 2014

UNA NOTTE DI FOLLIE





LA CUCCIA DEL CAPO quater





Sono lì che aspettano, tutti puliti, profumati e impazienti. Appena fuori dal cancello del cimitero, dove abitano. Sono i mici della Colonia felina di Piscille, invitati anche loro al cenone di Capodanno alla Reggia.
Salgono in auto e appoggiano delicatamente sulla cappelliera il mazzo di crisantemi freschi per la Consorte, presi in prestito dall’ultimo funerale della mattina.
Dirigo verso la Reggia mentre nove paia di occhi felini osservano attentamente il panorama dalla superstrada: è la prima volta che escono dalla loro piccola e triste realtà.
Ad accoglierli alla Reggia c’è ARANCINO, il loro ex collega trasferito, che fa gli onori di casa presentando la Consorte ancora affaccendata ai fornelli. Fanno i rituali omaggi e offrono i fiori, poi vengono guidati dall’ex collega zoppo in un tour che comprende pure la visita alla tomba di JAZZ, altro ex collega sfortunato, sepolto al cimitero dei Gatti della Reggia.
Dopo circa un’ora suona il citofono del cancello. E’ TAZZA che chiede che venga aperto.
“Ma non potete passare tra le sbarre come tutti i gatti normali?” chiedo innervosendomi.
“Il nostro mezzo non ci entra!” risponde scontroso.
Il loro mezzo?
Aziono l’apricancello ed esco a controllare. Entra l’ Apecar dell’uomo di fatica del convento guidata da INTREPIDO e con tutti i gatti sopra al cassone.
“Ma siete pazzi?” grido loro.
“Perché?” risponde INTREPIDO lanciandomi le chiavi dell’Apetto come ha visto fare in qualche film al posteggiatore del grande albergo.
“Avete rubato l’Apetto al convento!”
“No!” interviene TAZZA. “Solo preso in prestito, stanotte glielo rendiamo intero, spero.”
Cominciano le varie presentazioni tra i mici che non si conoscono e i tre capo comunità, CANNIBALE, TAZZA e CLODOVEO si appartano in una saletta a discutere qualcosa di importante tra loro.
Alle 21 inizia il cenone.
Novanta gatti che banchettano nel salone, solitamente proibito alle presenze feline, sono troppi anche per la tolleranza della Consorte che comincia a pentirsi di aver definito il cenone “una splendida idea”.
Ma oramai la frittata è fatta…
Mancano all’appello PACCOLINO e MAGOO, ricoverati dai veterinari per i loro problemi, ma sono sostituiti dagli imbucati INTREPIDO, invitato dai “Coloni” per via dell’Apecar, e sua sorella ALICE, fresca di fidanzamento con lo scemo della Colonia, CREMINO.
Fino alle 23 è tutto un mangia-mangia, bevi-bevi e rutta-rutta dei felini affamati, mentre le tre piccole GIGIA, GINGER e BITTER stanno in una cameretta a fare giochi tra loro.
Finito di divorare il pandoro farcito con mousse di tonno i capo comunità si avvicinano con tre pacchetti tra le zampe e me li porgono facendomi gli auguri a nome di tutti i gatti presenti ed assenti.
Sono commosso mentre li scarto.
Il primo pacchetto contiene un libro con i fumetti di Simon’s Cat che viene subito requisito dalla GIGIA e cominciato a colorare con i pastelli.
Il secondo contiene un robusto guanto per la mano destra che protegge, però, solo il dito indice. Lo osservo perplesso mentre CLODOVEO spiega la sua funzione.
“Serve per aprire le scatolette di cibo, molte scatolette, senza che ti spacchi il callo che ti è venuto tra le falangi superiori quando fa freddo.”  
Un pensiero veramente valido: solo chi apre decine di scatolette al giorno può capirne l’utilità.
Il terzo pacchetto contiene un accendino usa e getta. Nero, con un gatto stilizzato in verde. Mentre rimango a bocca aperta dalla sorpresa  noto che TAZZA mi fa l’occhiolino.
Aspettiamo la mezzanotte ballando con le canzoncine dello Zecchino d’Oro “44 gatti” e “Volevo un gatto nero” per far contente le piccole del branco.
Dopo il brindisi e i rituali auguri le tre piccole pesti crollano a terra e vengono portate in un cuccia a fare la nanna dalla CICI, la Tata della Reggia.
Nello stesso momento sparisce il vecchio giradischi coi successi felini dello Zecchino e le varie bevande ana o poco alcoliche per far posto a un moderno stereo e diversi cartoni di birra e superalcolici rimediati sicuramente da INTREPIDO in una razzia di qualche villa di Monte Malbe.
E’ techno assordante fino alle tre di notte, cioè fino a quando l’ultimo gatto stramazza al suolo ubriaco.
“Mica possiamo rimandarli su in questo stato!” osserva, preoccupata, la Signora.
“Eh! Sarebbe la volta buona che ci liberiamo di tutti!” replico.
“E chi gliela ricompra l’Apecar ai frati?” domanda.
“Giusto.”
Li trasportiamo tutti nel garage, adagiandoli, a strati, sul grande divano.
“Domattina qua sarà un disastro”, osserva la Consorte.
“Capito…” rispondo.
Passerò il primo dell’anno a ripulire vomito ed escrementi vari di gatto, come sempre d’altronde.
Anno nuovo, vita nuova: ma vaffanculo!   


SPINELLO ancora ubriaco sul piazzale della Reggia