giovedì 11 agosto 2016

STORIA DELLA COLONIA






I PREPARATIVI ALLO SGOMBRO
(non il pesce)





- Capo, del periodo che va dallo sfratto alla nostra nuova sistemazione posso parlare? Naturalmente evitando tutti quegli antipatici fatti che si sono succeduti, compresa la tua incursione nel convento?
- Bravo, evita.
Ci avevano sfrattati, tornavamo ancora più randagi di quello che eravamo una volta. Qualcuno aveva già cominciato ad informarsi presso lontani parenti per avere un misero giaciglio in qualche sperduto gattile, barattando la libertà con una cuccia e un pasto sicuro al giorno. Altri esprimevano la volontà di migrare; qualche stolto vaneggiava delle meraviglie della città e delle sue splendide colonie feline, coi cassonetti pieni di ogni ben di Dio, mille cantine da visitare, topi di dimensioni da caccia grossa e…  tante più probabilità di venire adottati. Ma quante famiglie desiderose di avere un gatto in casa ci sono in città? Infinite! Finalmente un cambio di vita radicale! Benessere, socialità, consumismo sfrenato, gatte di facili costumi e, soprattutto, niente più Capo tra i piedi!
Solo io, TAZZA e qualche altro anziano sapevamo che tutto questo era una pura illusione: eravamo nati, o diventati randagi e tali saremmo restati per tutta la vita, e barattare la libertà del bosco con il caos e i pericoli della città presto ci avrebbe fatto rimpiangere questo luogo. Poi esisteva un’altra possibilità, la migliore: che il Capo non riuscisse a trovarci un’altra sistemazione e, per evitare ulteriori spargimenti di sangue (e non finire in galera), ci avesse traslocati in blocco alla mitica Reggia.
Mentre le menti pensavano al futuro e i nostri discorsi cercavano di dargli una certa forma il Capo, ogni giorno, si accendeva una sigaretta e se ne andava a fare una passeggiata nelle vicinanze. I più curiosi, tra cui io, cominciarono a seguirlo in questi suoi viaggi solitari nel bosco per constatare che stava diventando ancora più pazzo di quello era. Ogni tanto si fermava in un punto e cominciava a fare strani gesti con le mani, parlando da solo. Poi partiva con passo marziale a contare non si sa che cosa. Infine si rivolgeva agli alberi dicendo loro: - Tu… giù! Tu, mmm… vedremo! Tu, tu e tu, via! Tu rimani! No, qui no!
- E’ impazzito – il commento di TAZZA.
Un giorno inforcò un sentiero che scendeva verso il bosco di castagni malati e improvvisamente si fermò.
Con la sigaretta ancora accesa ne accese un’altra e cominciò la sua danza del passo dell’oca. Poi il solito dialogo con gli alberi, infine prese un bastone cominciando a tracciare strani segni a terra.
- Perfetto! – esclamò alla fine della sigaretta, mentre il 118 veniva allertato.
Da quella volta ogni giorno il Capo scendeva in quel posto a piantare bastoni a terra, tirare giù qualche castagno secco e spostare terra per fare un piano.
Che piano avesse in testa solo lui poteva saperlo…

Vostro SAETTA (attuale memoria storica della Colonia)

TAZZA segue con lo sguardo i movimenti del Capo

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