sabato 20 febbraio 2016

IL SOLARIUM LETTERARIO





LE MALEDETTE

di Catus Silvestris
15a puntata





Finalmente sono tornati i nostri due ricoverati: OSCAR e PUNTINO.
Il primo continua a mangiare come una betoniera, per la gioia del Capo che deve somministrargli la vitamina K, il secondo si è subito preso qualche giorno di ferie per smaltire la brutta avventura e i quindici giorni di degenza.
Ma stamattina sono qua, puntuali come le rate del mutuo, ad ascoltare il nuovo capitolo del polpettone.

15
Ha inizio la stagione delle piogge, per tre settimane si susseguono perturbazioni e ho solo un paio di giorni utili per uscire a tagliare. La pioggia e la neve, come il vento forte, non sono amiche del taglialegna; già di se è un mestiere abbastanza pericoloso, meglio evitare di svolgerlo in condizioni non ottimali. Babbo, che utilizzava un’altra tecnica di lavorazione della legna facendola stagionare accatastata alla bellemeglio nella macchia (e gliene fregavano un buon terzo), ebbe l’incidente mortale proprio mentre se ne stava portando via un carico su un sentiero scosceso e fangoso. Con l’Unimog non dovrei avere di questi problemi, ma la mia filosofia dice che è inutile andarseli a cercare, i problemi ti trovano da soli. Sfrutto il tempo lavorando nel capannone, riempiendolo di nuovo fino all’inverosimile di legna tagliata e per fare una manutenzione accurata a tutti i macchinari, motoseghe comprese. Ancora mi brucia il culo per la perdita della Stihl. Faccio una revisione completa anche al mio organismo: le analisi confermano che sono in ottima salute, come dimostrano le battaglie di letto con la Bellona. Carla continua la spola tra Paese e Roma mentre io ho cessato di elargire le cinquantamila alla bionda popputa.
Quando riesco a tornare alle Corone è già stagione di funghi. Decido di far riposare ulteriormente le motoseghe e mi dedico alla micologia (solo quella commestibile). Oltre al capannone riempito di legna riempio pure il frigorifero e il congelatore di spinelli, gavitelli, roscioli (o lardelli) rossi e bianchi e bigette. Pochi i porcini, poi del tipo invernale, duri e poco saporiti e profumati. L’apoteosi la raggiungo una mattina, seguendo un vecchio sentiero a mezzacosta che dalla radura dovrebbe arrivare alla cava. Mi imbatto in una prateria di ordinali (chiamati anche brumai). Profumatissimi ed alquanto indigesti ma pregiati come le ovole e i porcini estivi. L’altro passatempo della zona è la caccia, ma a me non piace sparare e uccidere per divertimento. Una volta dissi a babbo che la caccia era lo sport dei vigliacchi; rimediai un ceffone.
E’ zia che mi stoppa un pomeriggio: - Fosco, basta funghi! Non so più dove metterli! O ne regali un po’ oppure è meglio che ti rimetti a tagliare.
- I funghi raccolti non si regalano, lo sai bene, zia. Poi… a chi? Qui ogni famiglia ha qualcuno che va a funghi in stagione, ci prendono le ferie!
Concludo l’eccezionale annata di raccolta ignorando completamente una nuova distesa di bianchi orelloni che mi si para davanti sopra la radura.
Decido di riaprire il sentiero a mezzacosta, diventa quasi una camionabile. Più sopra, infatti ci sono i primi manufatti incompiuti della progettata polveriera. Decido di sprecarci un’oretta per una visita turistica.
E’ un monumento al cemento abbandonato e stritolato dalla vegetazione che si riappropria dei suoi spazi. Il posto è comodo per tagliare e caricare, comincio a segnare delle piante da abbattere. E’ vicino a un grosso leccio storto e penduto che il mio piede destro scivola su qualcosa che gli si muove sotto e si spezza. Allontano le foglie e scopro un osso, completamente spolpato, lungo e spezzato in due. Penso subito ad un femore umano. Non può essere di un animale, a meno che ci siano oranghi liberi alle Corone. Un brivido mi percorre dai piedi ai capelli e mi fa spuntare la pelle d’oca. Con un bastone smuovo le foglie tutto intorno e, ad una decina di metri di distanza, scopro una vertebra. Sembra umana pure quella (o del solito orango). Un bacino ammuffito e annerito che sporge dalle radici di un corbezzolo mi conferma che quelli sono resti umani; qualcuno è morto pure qua e le bestie se lo sono mangiato. Mi accorgo di essere vicino all’ingresso delle struttura di un bunker, ma mi rifiuto di entrarci per verificare.
Lasciamo perdere, decido, è bastato il cadavere del modulo.
Non faccio parola del nuovo, macabro, ritrovamento: evito grane e rotture di coglioni.
Per una decina di giorni ignoro quella zona e faccio strage di corbezzoli sopra la radura.
Poi, quell’incomprensibile desiderio di autodistruzione, il volersi del male a tutti i costi, misto all’insana curiosità mi riporta all’ingresso del bunker armato di torcia elettrica e bastone in robusto frassino, per darmi il coraggio necessario ad entrare. Mando avanti Picche, come gli arditi della prima guerra mondiale. Picche entra e non succede nulla: niente leoni che lo sbranano o oranghi che lo catturano. Faccio il decisivo passo pure io. Il bunker è vuoto, a parte il terriccio e le radici accumulatesi con le piogge. A terra comincio a scorgere piccole ossa spolpate di ogni tessuto organico.  Trovo un braccio intero, mancano solo poche falangi delle dita. Altre vertebre e una porzione di cassa toracica. Infine vedo il cranio, la mandibola è mezzo metro indietro. Era un umano, non c’è dubbio. Sposto il cranio con il bastone e noto un buco, quasi un foro, lateralmente. Mi chino per osservarlo meglio e noto un altro particolare che mi fa balzare all’indietro.
Poveraccio! Penso tra me. Forse sarebbe il caso di…
Non termino il pensiero che la torcia illumina un contenitore appoggiato sopra un grosso sasso. Lo osservo, è chiuso. Lo prendo in mano, sembra una valigetta metallica da pronto soccorso militare. La apro, rompendone le cerniere oramai arrugginite dalle intemperie, e dentro scopro degli effetti personali: un paio di scarpe da ginnastica e degli indumenti ammuffiti, un dentifricio con lo spazzolino, alcune buste di plastica con dentro soldi, pochi, posate, un bicchiere, e l’ultima busta contiene un quaderno, delle penne e un coltello a serramanico.
Richiudo la valigetta e la porto via. Torno con la motosega, taglio alcuni piccoli alberi nelle vicinanze e ci occulto l’ingresso del bunker.
Nel capannone ricontrollo tutto il contenuto della cassetta. Apro il quaderno e scopro che è scritto con caratteri a stampatello, maiuscolo e minuscolo. E’ umido e alcune pagine tendono ad incollarsi tra loro. Le asciugo con un phon. In fondo al quaderno trovo un documento: una carta di identità, ancora in buono stato.
- Felice Ambrosetti, nato a Ferrara il 24 giugno 1946. Libero professionista. Residente a Ferrara, Via dei Gigli, 19. Che cazzo ci faceva là?
Continuo a spulciarla, è stata rilasciata dal Comune di Ferrara il 11 gennaio 1979, sarebbe scaduta.
Osservo il quaderno e capisco che ho solo una direzione da seguire per cercare di capirci qualcosa: leggere quello che ci sta scritto.
Ci dedico l’intera serata. Appena finito di cenare mi siedo sul divano e comincio la lettura. Alcune parole sono sbiadite dall’umidità e si comprendono a malapena. Altre frasi non si leggono affatto. E’ la biografia di questo Felice Ambrosetti, da adulto. Uno psicologo affermato distrutto da un matrimonio infelice con una donna che lo rovina economicamente. Ci mette del suo facendosi l’amante che gli succhia anche i rimanenti quattrini. Poi il matrimonio esplode, la moglie si tiene il figlio che comincia a disprezzare il padre e ottiene una somma spropositata per gli alimenti di entrambi. L’Ambrosetti va in crisi, economica e psichica. Da di matto e comincia a perdere i suoi clienti e le sue prezzolate consulenze. In breve tempo è sul lastrico e deve vendersi pure lo studio dove vive e lavora. La villa già era stata preda della ex-moglie. Comincia ad attaccarsi alla bottiglia e decide di mettersi in viaggio per il mondo, a piedi, come un barbone.  Dopo due ore sono cotto dalla stanchezza e dalla tensione accumulata nella giornata. Sospendo la lettura.
Ma la mattina dopo sono pronto a riprenderla; piove, e di brutto. Scendo nel capannone per non insospettire zia e riapro il quaderno dall’ultima pagina letta. Quando, alle 9,30, salgo in casa per un altro caffè zia mi blocca.
-Non ho sentito rumori nel capannone. Stai mettendo un po’ in ordine?
- Esatto.
- Rimanda. Accompagnami a fare spesa a Città: hanno aperto un nuovo centro commerciale.
- A Città? – faccio inorridito – In un centro commerciale?
- Ehhh… mica ti ho chiesto di andare a Messa? A Città. Al nuovo centro commerciale che ci stanno le offerte. Abbiamo la dispensa vuota. E… è ora che ti compri qualcosa di più elegante da metterti.
- Quando mi sposo…
Volente o nolente devo accompagnare zia. Prendo il documento del Felice Ambrosetti e me lo metto in tasca.
Girare tra gli scaffali del supermercato è un’immane rottura di coglioni, ne approfitto per fare un salto al Briko Center là davanti per comprare delle corde e dare un’occhiata a dei manici per le accette da spacco.
Esco spendendo una cifra spropositata approfittando dell’offerta per l’olio per la catena delle motoseghe. Ne compro otto taniche.
Poi accompagno zia in Piazza della Resistenza e le dico di farsi una passeggiata guardando le vetrine dei negozi; devo fare una breve commissione.
Vado dal libraio che mi saluta cordialmente. Gli chiedo se mi può fare un’altra ricerca col computer.
- Un caffè – risponde.
Andiamo al bar e ce lo prendiamo insieme.
- Felice Ambrosetti… eccolo qua! Un altro scomparso? Fa concorrenza a ‘Chi l’ha visto’?
- Faccia vedere.
Il vecchio stampa le varie notizie trovate sulla scomparsa dell’Ambrosetti e me le porge.
- Oggi non acquistiamo nulla? – chiede.
Esco con un altro paio di libri che mi consiglia caldamente.
Zia, invece, ha adocchiato un orrendo maglioncino a rombi multicolore che vorrebbe mi comprassi.
Non la mando a vaffanculo solo per rispetto dell’anzianità.
Si torna a Cima carichi di sporte della spesa, taniche di olio per catena di motosega e alcune notizie da verificare.
Le verifico dopo il pisolo pomeridiano, continua a piovere: non ho altro da fare.
Quanto scritto sul quaderno coincide con le notizie delle stampate. Lo scritto è, però, più dettagliato e più motivato. Sono convinto che quel quaderno l’abbia scritto veramente Felice Ambrosetti.
Dopo cena continuo la lettura che trovo faticosa, ma interessante.
Scrive di come sia giunto, quasi per caso, alle Corone e ne abbia subito il fascino. Saputo della credenza popolare che voleva maledette quelle colline, per cui tutti le evitavano, decise di stabilircisi definitivamente. La sistemazione, poi, era piuttosto facile: gli americani avevano lasciato diversi moduli in ottime condizioni. Ne aveva scelto uno e lo aveva arredato con i vari pezzi trovati negli altri. Aveva pure il riscaldamento: prima una stufa a kerosene poi, terminato il combustibile, era passato a quella a legna. Lì, di materia prima ce n’era in abbondanza. L’unico problema era la distanza dal primo centro abitato (Borgo). Aveva risolto pure quello acquistando un vecchio motorino a prezzo vantaggioso. I soldi per le piccole spese non erano un problema: malgrado i debiti lasciati a casa aveva con se una piccola scorta e, quando andava a Città accattonava alla stazione ferroviaria o fuori dal Duomo. Alle Corone era quasi autosufficiente. Aveva legna, acqua da una piccola sorgente sotto la cava, e i frutti del bosco per cibarsi. Non mangiava carne, neppure a Ferrara: era vegetariano. E’ andato avanti così per diversi anni, recandosi una volta ogni sette, dieci giorni a Città per acquistare i generi di prima necessità. Scansava accuratamente Borgo e Paese in quanto piccole comunità dagli abitanti troppo curiosi nei suoi confronti.
Ma un giorno, circa sei anni fa (non riporta la data esatta) subisce l’invasione del ‘suo’ territorio da un tipo strano. Non è il classico bracconiere che ogni tanto viene a cacciare di frodo e da cui sta ben alla larga, pur controllandolo, è un giovane, alquanto sprovveduto per il tipo di vita che richiedono Le Corone e che si presenta al vecchio baraccamento degli americani sporco, stanco, spaventato e con un grande borsone di nylon nero. Si chiama Pietro Paolo ed è in fuga. Ha commesso una rapina e nel borsone nero c’è il bottino: un mucchio di carte da 100.000 lire nuove di pacca. Deve nascondersi; gli stanno dando la caccia. E’ armato, gli mostra una pistola. Lo costringe ad una scelta: o accetta la sua presenza fino a quando le acque non si saranno calmate e collabora a nasconderlo o lo uccide. Nel primo caso promette pure una parte dal bottino. Ma, considerando che è un bandito e che, probabilmente, ha anche ucciso per rubare quei soldi l’Ambrosetti sa che non manterrà la promessa e, comunque vada, lo ucciderà per non lasciare inutili testimoni. Certo, scrive ancora, potrebbe denunciarlo quando va a Città per fare la spesa ma, automaticamente, verrebbe sfrattato dalle Corone e dovrebbe subire le conseguenze dei danni fatti in passato. Preferisce assecondare il bandito, con la tenue speranza che se ne vada senza fargli del male.
Il bandito rimane alle Corone per quasi sei mesi, Ambrosetti, grazie alle visite a Città riesce a scoprire che è uno dei quattro malviventi che hanno assaltato un furgone portavalori e fatto una strage. Due di loro, però, sono morti nella sparatoria, il terzo è in carcere e solo lui è libero, ma braccato.
Mi blocco su quanto letto e la mente corre a quei giorni; Salvatore Esposito…
Riprendo la lettura dopo un robusto caffè e una salutare sigaretta. Devo arrivare in fondo a questa storia assurda.
Riprendo la lettura: Ambrosetti ripensa seriamente a denunciarlo barattando l’informazione con la remissione dei debiti non saldati negli anni precedenti. Ed è ad un passo dalla delazione, quando…
Smette di scrivere sul quaderno: il bandito ha avuto il sospetto e lo dovrebbe aver ucciso.
- Bel romanzo! – commento a voce alta.
Non riesco a prendere sonno, malgrado siano le due di notte. Cerco di elaborare una strategia per districare questa fasulla matassa.

PUNTINO è tornato tra noi



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